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CERDOSSIER FINANZA


fronti della Cina).


La tentazione di “riavvolgere il nastro” e confrontare il posizionamento attua- le dell’industria italiana con quello pre-globalizzazione è invece pressoché irresistibile per analisti ed osservatori. Questo tipo di riflessioni sono infatti sviluppate costantemente nell’ambito dei lavori che portano alla realizzazio- ne dell’Osservatorio Previsionale di Confindustria Ceramica e Prome- teia, in quanto la lettura e l’interpre- tazione delle relazioni fra l’evoluzione dei driver della domanda ceramica ed i risultati ottenuti dalle imprese ita- liane è fondamentale per delineare le più probabili traiettorie evolutive della ceramica made in Italy.


Senza pretese di esaustività, qui pre- sentiamo alcuni stralci di tali riflessio- ni con l’auspicio che queste ricogni- zioni storiche – testimonianza dell’at- titudine al cambiamento del comparto - sostengano anche le azioni di otti- mizzazione strategica (più o meno radicali) che – come testimonia il con- tinuo incremento degli investimenti - si rendono costantemente necessarie negli attuali scenari competitivi. Nel 2000, il 67% degli investimenti mondiali in edilizia residenziale era realizzato in Europa Occidentale e Stati Uniti che, in considerazione delle preferenze relative assegnate alle varie tipologie di coverings, sviluppavano 1/4 dei consumi ceramici complessivi ed attiravano oltre la metà delle impor- tazioni mondiali (1,37 mld. mq).


In quel contesto, i 632 mil. mq di produzione italiana (di cui solo il 42% in grès porcellanato, mentre meno


dell’1% delle piastrelle superava i 50 cm di lato) consentivano di “festeg- giare” il raggiungimento dei 10 mila miliardi di lire di fatturato. Tale pro- duzione veniva già collocata (al netto del magazzino) per il 71% sui mercati esteri garantendo alla ceramica made in Italy sia il primato dell’export in volume (con una quota di mercato del 34%, davanti alla Spagna al 24%) che in valore (44% contro il 22% della Spagna). Il prezzo medio praticato dalle aziende ita- liane sui mercati esteri (8,4 €/mq) era superiore del 30% circa rispetto alla media.


Poi tutto è cam- biato…o quasi. Come noto, dal 2001 con la globalizzazio- ne “innescata” dall’ingresso della Cina nel WTO, il progressivo spostamento del baricentro della crescita verso i


mercati emergenti ha avuto negli inve- stimenti in costruzioni uno dei motori principali: beneficiando di incremen- ti medi annui nell’ordine del 6%, i nuovi mercati hanno raddoppiato la loro quota sul totale degli investimenti in edilizia residenziale, che è arrivata a sfiorare il 50% del totale nel giro di dieci anni, per poi assestarsi. Analogo sentiero hanno seguito i con- sumi mondiali di piastrelle (passati dai 5,5 mld. mq del 2000 ai 9,6 mld. nel


Questi formidabili impulsi di doman- da hanno letteralmente rivoluzionato la struttura dell’offerta mondiale di piastrelle, come dimostra il caso para- digmatico della Cina. Qui, rispetto agli 1,9 mld. mq di produzione del 2000 (tutti collocati sul mercato domesti- co) nel decennio successivo si è assi- stito ad un aumento del 250%, e la crescita non si è certo interrotta negli anni successivi; inoltre, già nel 2004 la quota di piastrelle made in China collo-


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2010, per poi raggiungere gli attua- li 12,6 mld.) e le importazioni mon- diali (cfr. più avanti) che dieci anni dopo l’innesco sopra citato erano già ascrivibili, rispettivamente per il 90% ed il 72%, a Paesi diversi da Europa Occidentale e Stati Uniti. Per arrivare alla situazione odierna in cui i mercati “core” del made in Italy rappresentano solo il 10% della domanda mondiale di piastrelle ed il 26% delle importa- zioni.


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