glauco di mambro
Se invece i resident suoneranno set con la Top100 di Beatport, e i promoter bookkeranno sempre i soliti 4-5 amici, allora questa curva durerà pochissimo, e si tor- nerà al punto di partenza.
Sono molto curioso di vedere cosa succederà, ed ovviamente dò il mio contributo affinché la bilancia penda per la prima ipo- tesi: con STATE OF FLUX, la mia missione è esattamente quella di dare una casa e una piattaforma a questa nuova energia. Roma non ha bisogno di imitare nes- suno; ha bisogno di riscoprire la propria forza nel fare gruppo e nel difendere la propria unicità.
State of Flux nasce come resi- dency al Sanctuary, ma oggi è una piattaforma che tiene in- sieme serate, radio show e presto una label. Come nasce il proget- to?
Non avrei mai scelto un’altra lo- cation se non The Sanctuary dare vita ad un progetto continuativo e strutturato: dopo quasi 10 anni da resident qui posso dire di ave- re una community che conosce il mio suono, aspetta l’evento e partecipa con un
entusiasmo
incredibile. E’ come una famiglia che condivide non solo gusti mu- sicali, ma anche un certo modo di vedere il clubbing e l’elettronica.
State of Flux nasce dall’esigenza di dare una casa a questa com- munity e di lanciare un messa- ggio chiaro: il dancefloor deve essere uno spazio di libertà, con- divisione, entusiasmo collettivo. Io voglio che le persone si inna- morino di quel brano che non avevano mai ascoltato prima, di quell’artista di cui non conosce- va neanche l’esistenza, e non che vengano con il loro iPhone a ri- prendere il DJ hype del momento.
Davvero non mi interessa vedere un dancefloor in delirio sulle note di un brano che conosce alla per- fezione: che senso ha? Per quello ci sono i concerti, ad esempio.
Il clubbing invece deve esse- re scoperta, apertura, allargare i propri orizzonti, lasciarsi andare a quello stato di flusso in cui non controlliamo più niente, ma è la musica a controllare noi.
Dietro ogni artista, se è appunto tale, c’è un percorso, una storia. E dietro ogni traccia che selezio- na ci sono delle scelte precise, mosse da una visione: e conos- cere quella visione è super inte- ressante, oltre che fonte di ispi- razione. Per dare forma ancora più concreta a questo progetto, entro l’estate lancerò anche la la- bel, che diventerà una piattafor- ma per pubblicare musica fuori dagli schemi, in
totale libertà..
Possiamo stare qui ad elencare centinaia di generi e sotto generi dell’elettronica, e centinaia di ma alla fine sono solo definizioni. La realtà è che esiste
Ho anche già in mente il claim: STATE OF FLUX, a place for ins- piration.
Il nome stesso parla di movimen- to, instabilità e trasformazione. In che “stato di flusso” ti trovi oggi?
STATE OF FLUX descrive una situazione di continuo cambia- mento.
È una dichiarazione allo stesso tempo estetica e personale: nulla è definitivo.
Oggi andiamo tutti a una veloci- tà tale che le condizioni sia ester- ne che interne mutano costan- temente: chi cerca una stabilità, insegue solo un’illusione.
L’unica cosa da fare è accettare lo “state of flux”, tuffarcisi dentro ed imparare a trovare armonia surfando queste onde.
Oggi ne ho piena consapevolez- za, e questo è già un ottimo pun- to di partenza.
Musicalmente sto attraversando una fase di grande scoperta: mi piace sempre costruire con mol- ta attenzione i set, curare i livelli di tensione e di emotività, strut- turare dei crescendo non solo in termini di BPM, ma anche ener- getici. Per
raggiungere questo
obiettivo, più linguaggi musicali si hanno a disposizione, e meglio è, a patto di averne piena padro- nanza. Per me la musica è sco- perta ed emozione continua: la sensazione che provo durante le mie ore di digging, quando trovo una traccia che mi fa impazzire, è
indescrivibile. È un brivido bellissi- mo, è uno dei tanti motivi per cui amo questo lavoro.
STATE OF FLUX è la mia accetta- zione del caos come forma d’or- dine.
Esteticamente, è il rifiuto di esse- re incasellato: oggi la mia musica è un organismo vivo dall’anima indie che si contamina con l’hou- se, la minimal, l’acid, fino a lambi- re i confini della techno. Per anni abbiamo cercato la “stabilità” come traguardo, ma nel clubbing — come nella vita — la stabilità è l’inizio della fine.
Non vedo l’ora di trasferire questo fermento anche in studio: sto la- vorando a tanta nuova musica e presto arriveranno delle belle no- vità da farvi ascoltare.
Quando programmi un artista, cerchi qualcuno che ti assomigli o qualcuno che ti metta in discus- sione? Terrai una linea simile an- che per la label?
Intanto ti ringrazio del complimen- to: avere un’identità riconoscibile senza essere prevedibili è una delle cose più belle che potessi dirmi. Cerco sempre qualcosa che mi sorprenda, con forte carica energetica ed emotiva ma senza essere troppo “dark”. Cerco una musica ricca di suggestioni, ricercata ed elegante, ma non troppo “astratta”. Non mi interessa il genere, anzi: tutti quegli artisti che non sono facilmente inquadrabili in un genere, sono più che i benvenuti in State of Flux. Sia nelle line up che nella label, che sono stretta- mente connessi: se invitiamo un artista ad esibirsi con noi, entra a far parte della famiglia. Significa che condividiamo la stessa visione musicale, mood e filosofia, dentro e fuori dal dancefloor. Finora abbiamo realizzato circa 20 “main event” e tanti altri satellite, invitando circa 60 artisti internazionali: ecco, questi artisti sono stati i primi che ho invitato ad inviare la loro musica per la label.
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