mixmag italy
Mi piace l’idea di programmare talenti che abbiano la mia stes- sa attitudine mentale — quella fame di indipendenza e di ricerca ma che esprimano un linguaggio sonoro capace di mettermi in discussione. Non mi interessa stampare tracce “funzionali” che servono solo a riempire i set dei DJ. Le release di STATE OF FLUX dovranno essere lo specchio di quello che viviamo al Sanctuary e nei nostri party: un movimento continuo dove l’identità è grani- tica, ma la forma è liquida. Voglio che chi ascolta una nostra uscita dica: “Non me lo aspettavo, ma è profondamente loro”.
E, a proposito di release, “Ipote- tica Salsa” è stata definita un anthem ribelle. Credi che oggi la ribellione in pista esista ancora?
Il termine “anthem ribelle” è nato perché il pezzo se ne fregava dei canoni. In un mondo di tracce costruite algoritmicamente per funzionare nei primi 30 secondi di un reel, proporre un suono che rallenta, che gioca con l’ironia e con una struttura ipnotica, è un atto di rottura. “Ipotetica Salsa” è il mio modo di dire che possia- mo essere profondi senza essere noiosi e leggeri senza essere ba- nali.
Credo che oggi più che mai esis- ta la ribellione in pista: è solo che si manifesta in diversi modi. Ribellione significa non confor- marsi alle regole comuni, a co- dici prestabiliti: in questo senso il dancefloor “No Phone Policy” ne è un’espressione ad esempio.
Quest’estate ho suonato due volte nel Secret Apartment de- ll’UNVRS Ibiza, nei sabati in cui c’è EL ROW nella main room: lì la “No Phone Policy” è veramente stretta, non è solo uno slogan. E nell’Apartment ho visto uno dei dancefloor con l’attitude più ri- belle che mi sia capitata la scor- sa estate. Per me la pista deve essere uno spazio dove ognuno si sente sicuro nell’esprimersi li- beramente nel rispetto degli al- tri, e dove la musica sprigiona la sua potenza più grande, ovvero quella di mettere tutti sullo stes- so piano. Nel dancefloor siamo tutti uguali, ma ciascuno con la propria identità da preservare. Se perdi quella scintilla di imprevedi- bilità, il club diventa un ufficio. E io, in ufficio, non ci sono mai vo- luto andare.
010
Fai circa 80 show l’anno senza agenzia. Restare indipendente in un’industria sempre più struttu- rata, è una scelta ideologica o un modo per restare lucido?
Non sono contro le agenzie, anzi: sono parte integrante di un siste- ma complesso come quello della music industry. Il mio percorso mi ha portato a sviluppare un suono ed un linguaggio peculiari, difficili da incasellare: ne sono consa- pevole, anzi sono convinto che sia un punto di forza, ma questo rende molto più difficile trovare la giusta “casa” a livello di agenzia.
Anche perché vedo l’agenzia non solo come una parte “commer- ciale” che ti aiuta a fare più show, ma come un team che condivide la visione dell’artista a 360 gradi.
Soprattutto in un contesto come quello di oggi dove, probabilmen- te per rispondere al momento di grande confusione e ibridazione, le agenzie tendono a costruire roster facilmente intercambiabili.
Io sono cosciente di non essere facilmente intercambiabile e che questa è la strada più lunga e più dura, ma è l’unico modo possibile per me.
Non riuscirei mai a proporre un suono o produrre una traccia con lo scopo di essere facilmente intercambiabile con qualcun al- tro: l’unica via per me è restare fedele alla mia visione, è l’unico modo per provare sempre que- ll’emozione e quella carica quan- do sono in consolle e mi connetto con il pubblico. Altrimenti smet- terei di fare questo lavoro.
Oggi a che punto del tuo percorso artistico senti di essere arrivato? Cosa ti appaga di più della tua carriera e a cosa punti per il tuo futuro?
Penso che il percorso di un arti- sta non finisca mai: è un viaggio “dentro” la musica che ti accom- pagna per tutta la vita.
Ho preso sempre più coscien- za che non mi interessa piacere alle masse, ma esprimermi libe- ramente senza compromessi: ho scoperto un’anima decisamente underground che era rimasta un po’ nascosta.
Questo processo di evoluzione non si è mai fermato: il mio sound
è ancora in movimento, e penso che lo sarà per sempre, sia nei Dj set che nella produzione.
Per il futuro voglio continuare a vivere ed esplorare la musica elettronica nella sua totalità, non solo per quello che succede all’in- terno del clubbing, anzi.
Quest’anno ho avuto l’onore di comporre la colonna sonora ori- ginale di una serie per Netflix: “Terrazza Sentimento”, che tratta del caso di cronaca che tutti co- nosciamo. È stata un’esperienza incredibilmente stimolante, che non vedo l’ora di ripetere. Avendo un passato da autore televisivo per ben 12 anni, per me è stata come la chiusura di un cerchio, ed ho cercato di rendere la musica non solo una “accompagnamen- to” delle immagini, ma un vero e proprio elemento Narrativo.
Con l’Hyatt Centric Milan Cen- trale invece, ho avuto l’opportu- nità di trasformare l’intero hotel in un ecosistema sonoro coerente, costruito con musica che selezio- no personalmente e che cambia completamente a seconda delle varie aree (Lobby, Rooftop, Gym & Spa, Ristorante) e delle ore del giorno. Un vero e proprio sound design tailor made, che rappre- senta un esperimento molto inte- ressante. C’è poi tutta l’attività di programmazione artistica e cu- ratela che continuo a svolgere per Red Bull ormai da 4 anni, per al- cuni camp del Burning Man come il Looners Camp e per tante altre realtà , in Italia e all’estero, che mi appaga sempre moltissimo.
Infine, voglio assolutamente con- tinuare il lavoro che sto facendo nel supportare i nuovi
talenti
mettendo loro a disposizione il mio network,
la piattaforma di
STATE OF FLUX: non si tratta solo di musica, ma di mission e community.
Non cerco consensi, non ho più quella smania:
piuttosto voglio
contribuire a creare un sistema dove dove il suono sia l’unica bussola.
Quello che più mi appaga e il fat- to che questa non è una scelta di carriera, ma una scelta di vita che rifarei mille volte perché ti regala la cosa più importante di tutto: la libertà.
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