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mixmag italy


In quella notte - ma non solo - eri headliner, resident, curator e ra- ppresentante di una scena. Come vivi questi ruoli nella tua quoti- dianità?


Lo vivo come un privilegio, e allo stesso tempo una responsabilità da onorare con tutta l’attenzio- ne, la dedizione e la cura possibili: non lo dò mai per scontato e per questo cerco sempre di dare il meglio.


Il segreto è non vivere tutti ques- ti ruoli come separati, ma come un unico ecosistema. Se provi a scinderli, finisci per fare il “compi- tino” e perdi l’anima.


La mia quotidianità è molto in- tensa, bisogna avere l’abilità di switchare continuamente mo- dalità di pensiero ed attivare tu- tti i livelli di intelligenza: artistica, emotiva, relazionale, ma anche manageriale, comunicativa, fi- nanziaria.


C’è tanto ascolto, studio, scou- ting: è una scelta di vita.


Essere resident del The Sanc- tuary per me significa avere una responsabilità verso le mura che mi ospitano e le persone che le attraversano. Significa rappre- sentarne non solo ovviamente il suono, ma anche i valori, l’iden- tità. Dentro il locale, ma soprat- tutto fuori. È come indossare una maglia, e va fatto con rispetto.


Rappresentare una scena è l’as- petto che più mi gratifica e mi sfida. Con STATE OF FLUX, sto cercando di urlare: “Ehi, non ser- ve fare “quello che va adesso” per funzionare”. Non cerco il con- senso facile, cerco di mettere la musica al centro, senza com- promessi. Non si tratta solo di mettere i dischi giusti, ma di di- segnare un’esperienza, di capire il respiro della pista prima ancora che si riempia.


Il pubblico oggi è esigente, viag- gia molto, vede e ascolta di tutto, fa confronti, ha molta più espe- rienza e fiuta l’artificio a chilome- tri di distanza. Il dancefloor oggi chiede verità.


Perché se io per primo non cre- do nella visione che sto curando,


come posso pretendere che lo faccia chi balla davanti a me?


Il Sanctuary ha un’estetica molto forte: quanto ti ha formato quel contesto e quanto invece credi il tuo contributo l’abbia plasmato in questi anni?


L’esperienza con The Sanctuary, soprattutto nella fase iniziale, è stata indescrivibile. Non c’era distinzione tra lavoro, affetti, amicizie, vita privata, relax: era tutto fuso insieme in un magma creativo continuo e l’atmosfera era davvero potente, potevi toc- care con mano quella energia. E questa cosa ovviamente arrivava anche alle persone che iniziava- no a frequentare la location, che a sua volta era (e lo è tutt’ora) molto iconica e caratterizzante. Non smetterò mai di ringraziare Stefano Papa e Simone Menassè per aver creato The Sanctuary, e per avermi coinvolto in questo progetto unico.


La forza che dà vita e plasma il tutto all’interno del The Sanc- tuary è senza dubbio la loro: io ne sono un interprete, ed è lì che ho imparato la disciplina del raccon- to musicale. The Sanctuary mi ha insegnato che un set non è una sequenza di tracce, ma un flusso di energie che deve armonizzar- si con il dancefloor. Grazie a The Sanctuary ho imparato la diffe- renza tra un DJ che suona e un artista che abita lo spazio.


Allo stesso tempo, credo di aver contribuito a proiettare il Sanc- tuary a livello internazionale come un punto di riferimento per uno specifico suono elettronico dall’anima indie: prima con sono- rità più organiche e tribali, adesso con derive più acid e minimal, ma che hanno sempre caratterizzato uno stile unico e chiaramente ri- conoscibile.


Il Sanctuary mi ha dato le radici, io ho provato a dargli un orizzon- te musicale che guardasse oltre i confini del già sentito. Oggi non sarei questo artista senza quelle mura, ma forse quel tempio avre- bbe un suono diverso senza il mio percorso.


Oggi The Sanctuary è cambiato tanto: sono passati ormai qua-


si 10 anni dalla prima apertura e siamo tutti cresciuti, sia anagra- ficamente che lavorativamente. Il The Sanctuary ha aperto altre 3 venue (Milano, Valle d’Itria, Porto Cervo), ha assunto una dimen- sione quasi corporate, ed io sono passato dall’essere “solo” un re- sident ad un artista che produce i suoi dischi ed ha la fortuna di girare costantemente in tour su scala internazionale.


C’è più maturità nel rapporto, ma l’amore resta intatto.


Come vedi la scena della tua cit- tà, Roma, oggi?


Roma è una città complessa, vis- cerale, che non ti regala nulla ma che, proprio per questo, ha una verità che poche altre capitali al mondo possiedono.


C’è una commistione bellissima tra l’estetica quasi sacra della cit- tà e sonorità molto più crude.


C’è tanto talento, ma anche quel misto di supponenza, autocom- piacimento e autocommiserazio- ne tutto italiano. Vedo un ritorno all’underground inteso più come attitude che come genere musi- cale: meno fronzoli, meno “tavoli e champagne”, e molta più atten- zione alla cultura del suono. Stia- mo uscendo dalla dittatura dei generi prestabiliti per abbracciare un flusso più libero.


Sento solo la mancanza magari di una radio Rome Based dedi- cata all’elettronica che riesca ad imporsi a livello internazionale, ma per il resto la scena è in un mo- mento molto interessante, perché siamo nel pieno di un’inversione di tendenza e di grande frammenta- zione.


Sono nate molte crew e micro crew che spingono i propri eventi, i propri resident, cambiano spesso venue o addirittura le inventano, riconvertono gli spazi.


Se la nuova generazione di resi- dent e promoter prenderà sul se- rio questa grande responsabilità che gli è stata data, sperimen- tando, puntando sulla qualità e sulla ricerca, assisteremo a tempi molto stimolanti.


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