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nli


“In un mondo di perfezione cura- ta, io cerco solo di essere vulne- rabile. Voglio che le persone pro- vino qualcosa con la mia musica. Essere un’artista, per me, non è mai stato fare il brano ‘perfetto’ o creare qualcosa che sarà di ten- denza, ma parlare di autenticità, connessione umana, vulnerabilità e abbracciare la bellezza dell’im- perfezione. Sono sempre stata un po’ un’outsider nell’industria in questo senso. Probabilmen- te dovrei concentrarmi di più su numeri, statistiche e tutti quegli altri dati che sono importanti da un punto di vista commerciale, ma affinare la mia firma sonora e fare musica che si allinei con il mondo interiore del mio pubblico, facendoli sentire visti, valorizzati e inclusi, è molto più in alto nella mia lista di priorità. Alla fine, la di- versità, sia in senso musicale che culturale, è la carne e il sangue della nostra comunità, e se tutti facessimo musica solo per grandi arene, alla fine purgheremmo la scena da tutti coloro che pensa- no in termini diversi dal successo commerciale.”


La seconda metà, Intrepid, ri- torna verso la techno senza ab- bandonare le domande sollevate in precedenza. Riporta il release nella pressione, nella ripetizio- ne e nella fisicità del warehouse, ma l’energia non è più innocente. Dopo l’inquietudine di *Placid*, la funzionalità stessa appare cam- biata. Il club diventa un altro sito di confronto.


La frustrazione di NLI nei con- fronti della cultura produttiva orientata ai social media si co- lloca qui con precisione. Non sta rifiutando la visibilità in sé, ma il modo in cui la visibilità può ini- ziare a dettare il processo. Quan- do la musica diventa contenuto, il ruolo dell’artista si sposta dal prendere decisioni al generare engagement. Intrepid reagisce rivendicando l’autorialità.


“Questo è qualcosa che ho sem- pre amato della noise music. È così cruda e potente. Ti spinge a pensare e sentire, cosa che purtroppo sta diventando l’ec- cezione piuttosto che la norma nella produzione musicale. Vole- vo che Placid sfidasse davvero l’autocompiacimento nell’indus- tria musicale e rifiutasse le con- venzioni mainstream. Penso che molta della musica che ascoltia-


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mo oggi assecondi le richieste dei social media. Molti dei frammen- ti che vediamo in reel e caroselli sono essenzialmente tutti uguali, e la musica non è più l’elemento principale. Ora ci concentriamo di più sul formato, sulla reazione del pubblico e sui visuals, che di per sé vanno benissimo, ma pen- so che siamo arrivati a un punto in cui dobbiamo fare un passo indietro e riflettere. Facciamo musica perché vogliamo condi- viderla con il mondo, o facciamo musica per alimentare il nostro ego sui social media?”


Il suo rapporto con la techno un- derground dà a questa critica una solida base. I warehouse di Berlino e gli spazi underground non sono solo riferimenti estetici nell’EP. Rappresentano un modo di apprendere, costruito attra- verso l’immersione, la critica, il fallimento e la cura. Per NLI, l’un- derground rimane il luogo in cui il significato della techno viene messo alla prova più chiaramen- te.


Quel mondo, tuttavia, è sotto pressione. L’aumento dei costi, la chiusura dei locali e la man- canza di protezione istituzionale rendono sempre più difficile la sopravvivenza per gli spazi che sostengono la cultura dal bas- so. La contraddizione è doloro- sa: l’industria globale continua a trarre profitto dall’estetica un- derground, mentre l’infrastrut- tura reale che la sostiene diventa sempre più fragile.


“Mantengo uno stretto rappor- to con quel mondo. Tengo molto a quella scena, la adoro e la ris- petto profondamente, e penso che la cultura underground sia il cuore pulsante della techno. Ho imparato alcune delle mie lezioni di vita più importanti ne- ll’underground, sia in senso mu- sicale che personale. Penso che l’underground sia, per molti versi,


come una madre severa ma nu- triente per molti artisti. Riceverai sia alcune delle critiche più dure che sentirai mai come musicista, sia le lodi più alte che ti faranno andare avanti quando sentirai che il tuo mondo sta per crollare. Mi rattrista vedere quanto l’un- derground abbia sofferto negli ultimi anni. Continuo a sentire di club che chiudono a causa de- ll’aumento dei costi, e questo sta soffocando la scena fino a un punto in cui la ripresa sembra im- possibile per i piccoli promoter e collettivi underground. Questo mi rende molto triste, ed è deluden- te sentire che i governi stanno facendo ben poco per aiutare a mantenere in vita le istituzioni di base. Penso che chiudere questi spazi stia uccidendo la scena, e penso che abbiamo raggiunto il punto in cui la gravità della situa- zione non può più essere minimi- zzata.”


ADHESIVE nasce da quello stesso rifiuto di scendere a compromes- si. L’etichetta non è costruita at- torno a numeri, status pregressi o alla performance della rilevanza. È radicata nella convinzione che la musica debba essere giudicata dalla visione, dalla forza tecnica e dalla profondità del mondo che un artista sta cercando di cos- truire. Sembra semplice, ma nel clima industriale attuale diventa una posizione.


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