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THAM


Tham parla di questa tensione senza cinismo, ma con onestà. I social media sono uno dei principali motori di crescita della musica elettronica contempora- nea. Lo capisce perfettamente. A livello emotivo però generano pressione.


Ci sono momenti in cui si ritira deliberatamente in studio, evitando di pubblicare per giorni, come un modo per riallineare le priorità.


La presenza delle telecamere in consolle introduce anche un secondo pubblico: da un lato la sala davanti a lui, che reagisce in tempo reale; dall’altro lo spet- tatore futuro che vedrà quel set attraverso uno schermo.


Tham insiste che le sue scelte musicali restano ancorate alla pista. Ma il corpo inevitabilmen- te cambia postura quando sai di essere ripreso.


Questa consapevolezza si in- treccia con le trasformazioni estetiche dell’hard techno. I brani sono diventati più brevi, costruiti attorno a breakdown marcati e drop ad alto impatto. Tham apprezza un build-up ben costruito, il silenzio carico prima del ritorno della sub-bass, il modo in cui la tensione può addensare l’aria.


Ma quando ogni traccia è progettata come un climax, il contrasto scompare.


“Una volta la techno era musica funzionale, costruita su loop con pochissimi highlight. Era fatta per durare ore, non per ricevere applausi ogni pochi minuti. Amo un grande drop quando è fatto bene, ma se tutto è un picco diventa anestetizzante. L’inten- sità non riguarda la velocità o l’aggressività. Una stanza è intensa quando le persone smettono di pensare a sé stesse, quando il tempo perde importan- za e la musica ti assorbe.”


Per lui l’intensità si misura


nella dissoluzione, non nel volume. Ricorda spesso un closing set di Drumcell e Audio Injection al Berghain a 125 BPM come una delle esperienze più intense a cui abbia assistito. Non per l’aggres- sività, ma per l’ipnosi sostenuta.


Anche le politiche no-photo rendono questa differenza evidente. Dove filmare è vietato, i corpi si rivolgono verso l’inter- no, verso gli speaker o tra loro. Il movimento scorre senza inte- rruzioni.


Dove le riprese sono costan- ti, i telefoni si alzano e il mondo esterno rientra nella pista attra- verso lo schermo.


Tham sa bene che molti dei suoi booking più importanti vengo- no registrati e diffusi online. Per questo prepara spesso materiale nuovo per quelle occasioni. Ma preferisce testare idee più spe- rimentali in spazi piccoli, dove il rischio è meno esposto.


L’innovazione ha bisogno di spazio per fallire. Le telecamere riducono quello spazio.


Anche il rapporto con i trend è attraversato da questa logica. La


techno oggi si muove


velocemente, con micro-esteti- che che emergono e scompaio- no in pochi mesi. Tham ammette di aver attraversato un periodo in cui ha cercato di adattarsi a queste dinamiche.


Il risultato è stato paradossale: maggiore visibilità online, ma una sensazione di disallineamento in- terno.


“I post diventavano più virali, ma mancava qualcosa di essenziale.”


Una label gli ha detto recente- mente, parlando del suo prossimo EP: “Non è la musica più trendy del momento, ma è davvero buona musica.” Per lui è stato uno dei complimenti più importanti.


Per Tham autenticità non signi- fica rifiutare il cambiamento, ma approfondire l’allineamento tra visione e suono.


Infine c’è una questione stru- tturale che considera crucia- le: il costo crescente dei club a Berlino.


L’aumento dei prezzi dei biglietti ha cambiato chi può partecipa- re regolarmente alla cultura del clubbing. Studenti e giovani con affitti alti non possono sostene- re ingressi da 25 o 30 euro ogni weekend senza conseguenze. La spontaneità diminuisce. I pic- coli collettivi fanno più fatica a sopravvivere.


Progetti come ULTRASOZIAL nascono proprio da queste conversazioni.


“Immagina di essere uno studente che paga affitto e spese sem- pre più alte. Se l’ingresso in club costa 25 o 30 euro ogni weekend, il clubbing smette di essere una possibile via di fuga. Io nei miei primi vent’anni non avrei potuto permettermelo. ULTRASOZIAL è


nato per proteggere la


partecipazione. La techno res- terà socialmente rilevante solo se resterà accessibile.”


Guardando al futuro, Tham evita di parlare di “arrivo”. Suonare in nuovi territori e in spazi più grandi è naturale, persino des- iderabile.


La visibilità non è


necessariamente in conflitto con l’integrità.


Ciò che conta è preservare la relazione primaria con il dance- floor.


Vuole continuare a suonare per le persone presenti davanti a lui, non per un archivio algoritmico. Vuole lasciare respirare il groove quando la sala lo permette, anche se questo significa rinunciare al clip perfetto per i social. Vuole continuare a rischiare, accettando che alcune idee abbiano bisogno di tempo per funzionare.


L’obiettivo non è diventare un brand finito, ma continuare a te- nere insieme la pista.


“Quello che deve restare intatto è il rapporto con la sala. Voglio suonare per le persone davanti a me, non per


la telecamera.


Lasciare respirare un groove quando lo spazio lo permette, prendere rischi anche se qualco- sa impiega tempo a funzionare. La visibilità può crescere, ed è bellissimo. Ma la base deve restare la stessa: onestà, rischio, accessibilità e connessione.”


Andreas Thamsen è diventato Tham nei basement di Berlino. Ma il compito essenziale non è cambiato. Stare dietro una consolle e modellare l’archite- ttura di uno spazio attraver- so il suono, consapevole delle pressioni che lo circondano, ma radicato nell’immediatezza dei corpi che si muovono insieme nel buio.


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