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C’è un ricordo che emerge con particolare chiarezza. Sentire Tunnel Vision di J-Zbel a un fes- tival, suonata da Adiel, proprio mentre stava tornando verso la tenda.
“Ce ne stavamo letteralmente andando”, ricorda. “Quando è partito quel brano siamo corsi subito
sotto il palco. Quel
momento mi è rimasto dentro. Ancora oggi descrive emotiva- mente il mio suono.”
Colpisce quanto quella prima notte abbia rischiato di non esistere affatto. Il giorno prece- dente al suo primo set pubblico, il panico aveva preso il sopravvento. Non in modo teatrale, ma in modo piuttosto concreto.
“Ricordo di aver pensato chia- ramente: ‘Non posso farlo’”, racconta. “E ho quasi cancellato tutto.”
Quella sensazione non è scom- parsa con l’esperienza. Ha solo cambiato ruolo.
“Ora, anni dopo, questa è la mia vita. Forse l’unica cosa rimasta costante è che la paura non è mai svanita, ma continuo comunque a combatterla suonando per le persone che sono lì per vivere quell’esperienza.”
Lo stesso schema si è ripetuto quando si è trasferita a Berlino. Nata a Izmir, cresciuta a Bursa e poi trasferitasi a Istanbul per studiare cinema, è arrivata nella capitale tedesca già abituata allo spostamento. Berlino però richiedeva un altro tipo di pazienza.
“La parte più difficile non è stata la musica”, dice. “È stata l’integrazione. Imparare la lingua, trovare lavoro, costruire una stabilità, prendermi cura della mia salute mentale.”
Solo dopo aver trovato un cer- to equilibrio ha potuto lasciare spazio alla sua passione.
“Per anni adattarmi è stato più importante che inseguire seriamente la musica.”
Quel ritardo ha trasformato il suo rapporto con l’ambizione e così, al posto dell’urgenza, è arrivata l’accumulazione.
“Forse è anche per questo che il mio percorso ha richiesto più tempo, ma mi ha dato basi più
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solide. Ho attraversato scene, culture e prospettive diverse prima di entrare davvero nel mondo dei club. Non ho mai cercato fama o successo veloce. La motivazione è cresciuta lentamente, lavorando su me stessa, trovando fiducia e capendo dove appartengo creativamente.”
Quella lentezza attraversa anche With Every Step, la sua prossima uscita su Ritmo Fatale. Il brano non nasce da un posizionamento strategico, ma da una relazione.
Il suo rapporto con Kendal si è sviluppato nel corso degli anni, fondato su valori condivisi più che su dinamiche di scena.
“Kendal e io siamo in contatto dal 2022. È una persona che rispetto molto, non solo musicalmente ma anche per il modo in cui costruisce comunità e sostiene gli artisti per la loro musica, non per i numeri. Evolvere continuamente e trattare l’arte come qualcosa di più grande del semplice DJing è qualcosa che mi ispira molto.”
Quando ha prodotto With Every Step, Ritmo Fatale è sembrata subito la casa giusta.
“Kendal ha seguito il brano dalle prime versioni fino alla versio- ne finale con la mia voce e ha sempre
rispettato completa-
mente la mia visione. Non c’è mai stata pressione per cambiarlo, ha semplicemente sostenuto la direzione.”
L’identità emotiva del brano non nasce quindi da una strategia, ma dal naturale allineamento tra le due parti.
Attraverso questi momenti emerge un pattern chiaro. Non una crescita come escalation, ma come continuità. La paura non scompare e il dubbio non squalifica, ma è importante capire che le cose richiedono tempo.
Spacer Woman ha imparato a lavorare dentro questo spazio, continuando a muoversi senza pretendere certezze, lasciando che
la coerenza si formi lentamente, passo dopo passo.
La decisione di mettere la propria voce al centro di With Every Step non è arrivata come una svolta tecnica, ma come una confron- tazione personale.
Aveva già lavorato con le voci prima, ma sempre a distanza, filtrate o frammentate. Questa volta quella distanza si è dissolta.
“Ho sempre voluto cantare”, rac- conta. “Ma mi ci è voluto molto tempo per trovare il coraggio e avvicinarmi di nuovo al canto.”
Il brano era iniziato in modo di- verso. Nelle prime versioni c’erano campioni vocali: funzionali ma impersonali. Davano texture, non verità.
“Mancava qualcosa. Non sem- brava abbastanza onesto.”
La realizzazione è stata semplice e scomoda allo stesso tempo: se il brano doveva significare davvero qualcosa, non poteva nasconder- si dietro voci prese in prestito.
“Ho usato la mia voce in passato, ma mai così apertamente o me- lodicamente in primo piano. Can- tare era qualcosa che volevo fare da tempo, trovare il coraggio di farlo ha richiesto un po’ di tempo.”
Il processo non è stato semplice.
“Ci sono stati momenti in cui al- cune persone mi hanno detto di lasciar perdere, e io l’ho quasi fa- tto.”
Ciò che ha tenuto viva l’idea non è stata la sicurezza, ma la neces- sità.
“Nessun altro vede la visione che hai nella testa. A volte devi sem- plicemente fidarti del tuo istinto.”
Accanto a Close Your Eyes, il brano rivela un’altra dimensio- ne. I due pezzi dialogano tra loro in modo silenzioso, non come opposti ma come stati interiori differenti.
“Portano la stessa voce emoti- va”, dice. “Ma raccontano storie diverse.”
With Every Step guarda verso l’esterno pur restando introspet- tivo.
“Parla di continuare ad andare avanti, qualunque cosa succeda o dicano gli altri. Di resilienza e fi- ducia in sé stessi.”
Close Your Eyes, invece, si ritrae.
“È più legato al lasciarsi andare e al rivolgersi al proprio io inte- riore. Spegnere tutto ed entrare in uno stato di trance in cui sono le emozioni a guidarti, non i pen- sieri.”
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