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spacer woman


spacer woman


RESTARE IN MOVIMENTO


La prima volta che Spacer Woman ha suonato in pubblico non c’era nulla che potesse annunciarlo come un inizio. Una location off in Brandeburgo, tenuta insieme dalla fiducia, dalla logistica e dalla volontà dei presenti di sparire per una notte. Ciò che contava non era chi stesse suonando, ma come la stanza si sarebbe trasformata quando il suono avesse iniziato a muoversi al suo interno.


Già allora la sua attenzione era rivolta a come un momento si appoggia sul successivo. Non pensava alle tracce come unità, ma come strumenti emotivi, capaci di piegare il tempo e la percezione. L’intenzione non era mai stata “far ballare le persone”, ma creare uno spazio in cui potessero andare verso l’interno senza sentirsi chiamate a “performare”. Per lei movimento interiore più che di sfogo.


la pista era già un luogo di


Quel modo di pensare avrebbe poi definito la sua identità artistica. Una prefe- renza per l’atmosfera piuttosto che per l’affermazione, la convinzione che l’am- biguità potesse esistere senza dover per forza risolversi in uno “spettacolo”. La musica non aveva bisogno di spiegare dove stesse andando, solo di dimostrare che si stava muovendo.


La nostra conversazione si sviluppa proprio come i set di Spacer Woman: girando attorno alla memoria, fermandosi sui dubbi, lasciando che il significato emer- ga lentamente invece di essere estratto su richiesta. Ciò che appare non è una carriera scandita da tappe, ma uno stato di divenire che rimane volutamente in- compiuto.


Se qualcosa è rimasto costante da quella notte in Brandeburgo, non è la sicurezza o l’ambizione. È la disponibilità ad andare avanti anche senza certezze. A muoversi senza aspettare che il terreno sotto i piedi si stabilizzi completamente. Non come un atto di coraggio, ma come una pratica.


“Già al mio primo rave pensavo al set in termini di storytelling”, racconta. “Non ho mai voluto semplicemente mettere dei dischi. Per me si trattava di portare le persone da qualche parte emotiva- mente. Cerco sempre di aprire un set con una sensazione o un messaggio preciso, qualcosa che crei connessione più che semplice energia.”


Quell’idea di connessione non è mai stata pensata come spettacolo. Era qualcosa di più silenzioso. Una lenta ipnosi piuttosto che una liberazione.


“Non si è mai trattato solo di far fare festa alle persone”, continua. “Volevo creare un viaggio in cui potersi perdere per un po’.”


Il linguaggio che usa oggi è lo stesso di allora. Viaggio, scomparsa, attrazione emotiva. Non sono metafore aggiunte dopo per dare coerenza a una storia. Erano già operative. Anche le sue pri- me scelte musicali riflettevano quella logica interiore: italo, indie dance, dark wave. Artisti la cui musica portava con sé una certa malinconia, una morbi- dezza dentro la spinta ritmica.


“Guardando indietro mi rendo conto che molti dei suoni che amavo allora sono ancora presenti oggi”, dice. “Quello spazio più scuro, melodico, leggermente nostalgico continua a ispirarmi.”


021


AUTORE SERGIO NIÑO FOTOGRAFIA ARTIST COURTESY


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