miguel de bois
miguel de bois
anatomia di un debutto
La musica di Miguel De Bois non si presenta come un suono fisso. Piuttosto si comporta come una trasmissione che cambia forma a seconda dei luoghi che attraversa.
Negli ultimi anni le sue tracce hanno circolato in contesti molto diversi tra loro: club, radio show, festival, stanze notturne e piccoli listening space. Ogni am- biente ha lasciato una traccia. Il suo album di debutto nasce proprio da questa stratificazione. Non propone un’estetica unica e coerente, ma raccoglie pressioni, velocità e pesi emotivi accumulati lungo il percorso. Il disco non prova a risolvere queste influenze, ma piuttosto le lascia convivere.
“Con questo album volevo allontanarmi da quello che avevo prodotto di recente e spingermi verso territori nuovi: generi diversi, BPM diversi, stati d’animo diversi. Avevo bisogno di mettere alla prova i miei limiti e restare ispirato”, racconta Miguel.
“Il disco attraversa house, trip hop anni ’90, breakbeat, brani non pensati per il club e altre sorprese. Ma suona comunque come me.”
Basta ascoltare le dodici tracce per capire come funziona questo equilibrio. I momenti più orientati alla pista convivono con passaggi più lenti e introspettivi. I ritmi si stringono e poi si rilassano. Alcuni break arrivano proprio dove normal- mente ci si aspetterebbe un picco. Ci sono brani che sembrano progettati per stanze grandi e altri che ignorano completamente la logica del dancefloor.
Invece di smussare questi contrasti, Miguel li tratta come parti dello stes- so linguaggio. Qui il genere è un riferi- mento, non una struttura.
Come spiega lui stesso:
“Per me i generi sono solo punti di rife- rimento per descrivere un brano. Quello che conta davvero è come ti fa sen- tire.”
Questa apertura riflette anche il modo in cui il disco ha preso forma. Le collaborazioni non sono state costrui- te per ampliare la portata del progetto o per definire una direzione precisa. Sono nate dalla vicinanza, dall’intesa tra amici e colleghi entrati nel processo senza gerarchie. L’esperienza conta- va poco, ciò che importava era capire se lo scambio producesse qualcosa di inatteso.
Ogni collaborazione ha leggermente spostato l’equilibrio interno dell’album, aggiungendo prospettive diverse inve- ce di rafforzare un’unica narrazione.
Pubblicare il disco in modo indipenden- te è stata una conseguenza naturale di questo approccio. De Bois ha scelto di farlo uscire sulla sua etichetta, RTF, non come ripiego ma come necessità. La libertà creativa non è negoziabile. In un ecosistema in cui molte label impongono regole implicite, aspe- ttative di formato o limiti estetici, l’indipendenza è diventata l’unico spazio dove questo progetto poteva esistere senza compromessi.
Anche RTF nasce da questa filosofia più ampia. Per De Bois la musica riguarda ancora le sensazioni e l’arte in sé, non le metriche. Like, follower e algoritmi contano poco se il lavoro perde integrità. L’etichetta esiste per offrire qualcosa che oggi è sempre più raro: una vera possibilità. Uno spazio in cui gli artisti non devono aspettare all’infinito, annacquare le proprie idee o adattarsi a formati predefiniti.
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AUTORE SERGIO NIÑO FOTOGRAFIA LIZ VAN DEN BRINK
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