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spacer woman


Insieme tracciano uno sposta- mento sottile, che si distanzia dal concetto di reinvenzione, avvicinandosi a quello di consolidazione.


“Guardando questi due brani vedo anche la mia crescita. Sto diventando più sicura del mio percorso e meno disposta a scendere a compromessi creativamente.”


A volte l’idea non è ancora chiara. “Ma lavorando,


sperimentando


e seguendo la curiosità, i pezzi mancanti prima o poi trovano il loro posto.”


La vulnerabilità è al centro di questo processo. Non come tema, ma come condizione di lavoro.


“Se vuoi creare qualcosa di onesto devi essere vulnerabile. Più ti connetti con te stessa, più la tua voce creativa diventa chiara.”


Il vero punto di svolta è arrivato durante le sessioni vocali di With Every Step, nel momento in cui sarebbe stato più facile abbandonare l’idea.


“A un certo punto mi è stato de- tto di nuovo di lasciar perdere. E quasi l’ho fatto.”


Superare quella resistenza ha cambiato qualcosa di fonda- mentale.


“Il brano si basa su una storia molto personale. Trasformare quella vulnerabilità in musica mi ha fatto capire che l’onestà non è una debolezza.”


Fa una pausa.


“È il punto da cui nasce l’arte sig- nificativa.”


Piuttosto che nascondere quei momenti, Spacer Woman ha scelto di


lasciarli udibili. Non


sono ostacoli da superare. Sono il terreno su cui lavora.


E a questo proposito, la residency al PRNCPTL non è arrivata come una soluzione, ma più come una conseguenza.


Quando è accaduta, Spacer Woman aveva già passato anni a interrogarsi sul significato


di appartenere a qualcosa, soprattutto in una scena costruita sul movimento.


“Non stavo aspettando di diven- tare resident da qualche parte”, racconta. “Ma mi sono spesso chiesta perché noi esseri umani sentiamo un bisogno così forte di appartenere a un luogo.”


Pur essendo socialmente con- nessa, si sentiva strutturalmente sola.


“Per molto tempo mi sono sentita


sola nella scena. Mi


chiedevo se avrei mai davvero trovato un posto.”


Col tempo quella tensione ha cambiato forma.


“Forse non appartenere per- fettamente a nessun posto fa semplicemente parte di chi sono.”


Infatti, quando la residency è arrivata, non ha risolto nulla.


“È stata significativa perché è accaduta in modo naturale, non perché l’abbia forzata.”


Se dovesse dare un consiglio alla sé più giovane non sarebbe strategico.


“Rilassati”, dice. “Le cose acca- dono con i loro tempi.”


La stessa pazienza definisce il modo in cui l’esperienza personale entra nella sua musica. Ecco perché per Spacer Woman i brani non nascono come strumenti da club, ma come lavoro interiore.


“Da adolescente mi rifugiavo negli album. Costruivo mondi emotivi attraverso la musica quando la realtà era difficile.”


Quell’istinto è rimasto.


“Oggi parto sempre da un lavoro su me stessa.”


Scrittura, riflessione e ispirazione da cinema e arti visive creano il suo quadro emotivo, ma il ritmo arriva dopo e, di conseguenza, il compito è tradurre.


“Cerco di creare tracce che abbiano


profondità emotiva


ma che funzionino comunque in un club. Melodia e atmosfera


vengono dall’esperienza persona- le, mentre il ritmo le collega alla pista.”


L’obiettivo non è un compromes- so.


“Le persone possono ballare e allo stesso tempo sentire qualcosa di reale.”


Questa continuità emotiva emerge chiaramente anche nella sua reinterpretazione di In The Shadows dei The Rasmus.


“Quel brano ha segnato molto la mia crescita. Parlava della sensazione di essere un outsider, di cercare una via d’uscita restando fedele a sé stessi.”


Quella sensazione non è sparita con l’età adulta.


“Anche nella scena musicale mi sono spesso sentita come se non appartenessi completamente a nessun posto.”


Rielaborare il brano è stato


un modo per dialogare con il passato.


“È stato un modo per riconne- ttermi con la mia versione più giovane. È nostalgico, ma anche curativo.”


La comunità resta comunque centrale. Non come branding, ma come forma di sopravvivenza. Questo si tramuta anche nella famiglia scelta a Berlino, negli artisti che offrono riflessione più che validazione.


Tra questi, una presenza l’ha accompagnata fin dall’adoles- cenza: Lady Gaga.


“Ho sempre ammirato il fatto


che Lady Gaga non abbia mai compromesso chi era, anche quando le cose andavano male o le persone non credevano in lei. Sapere che è stata bullizzata, rifiutata o che le è stato detto che non avrebbe avuto successo e vederla continuare comunque è qualcosa che mi ha segnato.”


Ciò che la ispira di più è la sua visione multidisciplinare.


“Non è solo musica. Unisce moda, performance,


visual, teatro,


danza. Tutte le parti della sua personalità esistono insieme


nella sua arte.”


Moda ed espressione visiva, infatti, non sono mai state separate dalla musica.


“Da adolescente montavo la videocamera in casa e facevo piccoli shooting fotografici da sola”, racconta. “Provavo vestiti diversi, personaggi diversi.”


Non era una performance per gli altri, ma più esplorazione. Ecco perché portare oggi quell’istinto nella propria identità artistica è dare un senso di continuità alla propria identità.


Un’altra lezione che Spacer Woman porta con sé riguarda la visibilità.


“Soprattutto come donne, spes- so ci viene insegnato a rimanere piccole o silenziose per evitare critiche. Vedere qualcuno essere completamente sé stesso mi ha dato il coraggio di fare le cose a modo mio.”


Ciò che resta di quell’influenza è l’orientamento, che si discosta da una mera influenza basata su un’adulazione.


La bussola punta sempre alla fi- ducia in se stessi, al restare fedeli alla visione anche quando non è ancora chiara.


“Se riesco a creare momenti attraverso la musica che le persone ricordano non per me, ma per come si sono sentite in quel momento, allora è la cosa più bella che l’arte possa fare.”


Quello che Spacer Woman sta costruendo non cerca consenso. Non ha fretta di definirsi né di risolvere le proprie contraddi- zioni. Si muove tra club, dischi e relazioni con la stessa calma e determinazione che aveva quella prima notte in Brandeburgo.


Meno interessata all’arrivo che all’attenzione, meno interessata a essere vista che a essere sen- tita. Il lavoro continua non come una dichiarazione, ma come una pratica: ascoltare da vicino, fi- darsi del movimento e lasciare che ogni passo rimanga aperto invece che concluso.


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