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giorgia angiuli


WE HEAL, REINVENTARSI SECONDO LA FISICA DELLA VELOCITÀ


Prima è cambiato il linguaggio, poi il suono.


Negli ultimi anni Giorgia Angiuli ha iniziato a dire apertamente ciò che stava già vivendo inte- riormente. Terapia, meditazione, auto-riflessione e studio della neuroscienza avvenivano dietro le quinte mentre la sua figu- ra pubblica sembrava comple- tamente sotto controllo. Quel divario tra mondo interiore ed esteriore, a un certo punto, ha ri- chiesto di essere colmato.


La frase WE HEAL nasce proprio da quella tensione. Per lei non è uno slogan, ma una correzione personale.


“Negli ultimi anni qualcosa è cambiato dentro di me prima ancora che nel mio linguaggio artistico. WE HEAL non è uno slogan o un branding, ma una responsabilità. Credo davvero nello scambio quasi magico tra artista e pubblico.”


Per Angiuli il dancefloor fun- ziona come un sistema nervoso condiviso, una visione che met- te in discussione l’archetipo del DJ-eroe elevato sopra una folla ridotta a semplice ricevente. Lo squilibrio è diventato evidente dopo innumerevoli show in cui vedeva euforia collettiva mentre dentro di sé si sentiva svuotata.


“Il DJ non è l’eroe e il pubblico non è solo pubblico. Non c’è nu- lla di sbagliato nel potere, ma ho iniziato a interrogarmi sulla ge- rarchia che crea. Mancava qual- cosa di essenziale: la reciprocità.”


Lo studio del ritmo attraverso le neuroscienze ha ridefinito tem- po e ripetizione come strumenti di regolazione. BPM elevati pos- sono attivare e stabilizzare allo stesso tempo. La ripetizione in- duce stati di trance che perme- ttono alle emozioni di emergere e liberarsi. L’attenzione si sposta così dallo spettacolo alla fisiolo- gia.


“Quando dico WE HEAL, in- tendo davvero ‘noi’. Non il DJ che guarisce la folla, né la folla


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che valida il DJ. Ma un sistema nervoso condiviso in movimento. In una cultura che ci isola attraverso competizione, con- fronto e sovrastimolazione digitale, scegliere il ‘noi’ è quasi radicale. Oggi dolcezza, presenza e comunità sono politiche.”


Questa ricalibrazione interiore si è trasformata in una reinvenzio- ne più ampia. Da fuori potrebbe sembrare un rebranding. Per lei è allineamento.


Anni di tour le hanno mostrato le onde emotive delle folle di tutto il mondo. Lo studio dell’energy healing le ha fatto comprendere quanta tristezza e tensione non elaborata le persone portino negli spazi del club. Solo così il dancefloor può smettere di essere un luogo di fuga per diventare uno spazio di rilascio corporeo.


“Il cambiamento è l’unica costante nella vita. Sono cresciuta in una famiglia di musicisti e suonavo già prima di capire perché. Più tardi, mentre viaggiavo per


il mondo,


Ho iniziato a usare il dancefloor come uno spazio per guarire prima me stessa, concedendomi sul sentire la musica con il corpo e non solo con la mente.”


Il cambiamento più evidente è stato la velocità. I set che gravitavano attorno ai 128 BPM sono saliti fino a 140 o anche 150. Tutto è diventato più affilato, con linee acid più aggressive e strati psichedelici più densi.


Angiuli osservava il pubblico fisicamente


presente ma


mentalmente frammentato, sospeso tra partecipazione e documentazione. Un tempo più veloce riduce la distanza tra pensiero e movimento.


ho


iniziato a studiare energy healing. Ho capito quanta tristezza e quante emozioni irrisolte portiamo dentro.”


Gli ultimi due anni sono stati un laboratorio. Ha sperimentato con tempo, armonie e ritmo per


osservare come ogni


elemento influenzi il sistema nervoso. L’approvazione ha perso urgenza. La presenza è diventata centrale.


“In questo processo ho do- vuto lasciare andare l’idea che tutti dovessero piacermi.


“Con BPM più alti il corpo non ha tempo di pensare troppo: deve muoversi. Passare da 128 a 140 o 150 BPM mi ha aiutato a muovermi in modo diverso, meno autocosciente, più istintivo. L’accelerazione rappresenta liberazione, non aggressività. È energia che scorre invece di restare bloccata.”


Le texture psichedeliche intensi- ficano la fisicità dell’esperienza. Più che ammorbidire la realtà, la rendono più intensa. Per Giorgia il dancefloor contemporaneo ri- chiede una presenza che pochi altri spazi pubblici chiedono da- vvero. Ed è proprio dentro quella pressione che lei trova chiarezza.


“Quando dico WE HEAL, intendo davvero noi: un sistema nervoso condiviso in movimento.”


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