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Dunque, lo schema sopra descritto, dal punto di vista semiotico, coglie l’organizzazione reale di qualunque sistema comunicativo. Il segno è dunque segno di una sostanza del contenuto e di una sostanza dell’espressione, ed è in questo senso che si può dire che il segno è segno di qualcosa (Hjelmslev). Il segno è un’entità a due facce: una guarda verso l’esterno, l’espressione, e una verso l’interno, il contenuto. Ma pare più appropriato usare il termine segno come nome dell’unità che consiste di “forma del contenuto” e “forma dell’espressione” in quanto solo una sostanza formata è percepibile (formine di sabbia: sabbia sostanza, formina forma). L’insistenza sugli scarti differenziali come elementi costitutivi dei piani del linguaggio (espressione e contenuto) rinvia non solamente alla celebre espressione di Saussure “nel lingua non ci sono che differenze” ma segnala altresì la distinzione tra i livelli della forma e della sostanza di ciascuno dei due piani. La forma in semiotica, non è opposta al contenuto, la forma è l’organizzazione puramente razionale di un piano, articola la materia sensibile producendo la significazione. È dunque la forma che per la semiotica è significante. La sostanza è la materia, il supporto variabile che la forma prende in carico, è “l’insieme delle abitudini della società” (Hjelmslev). La semiotica si è data per oggetto lo studio della relazione tra le due forme.


Fonemi, tratti pertinenti


Ogni singolo segno, dunque, che congiunge un certo significante a un certo significato, è una concretizzazione del sistema complesso di piano dell’espressione (con forma e sostanza, asse sintagmatico e asse paradigmatico) e di piano del contenuto (con forma e sostanza, asse sintagmatico e asse paradigmatico) cui appartiene. Scomponendo il piano dell’espressione nei suoi elementi arriviamo, a un certo punto, agli elementi più piccoli del processo capaci di portare autonomamente significato: i MONEMI, che corrispondono all’incirca alle parole della grammatica tradizionale. È però possibile continuare la scomposizione e arrivare a un livello più semplice ancora: il livello dei FONEMI (le lettere di una parola). Mentre sul piano del contenuto esiste un oggetto corrispondente a ogni singolo monema che si usa chiamare LESSEMA o SENEMA. Il risultato di questa situazione è che l’elemento minimo autonomo sul piano dell’espressione è il fonema, mentre sul piano del contenuto è il lessema [che però corrisponde sul piano dell’espressione al monema: oggetto (lessema) a cui corrisponde una parola (monema)]. Insomma, la lingua si deve analizzare a due livelli diversi: gli elementi minimi autonomi del contenuto sono più grandi di quelli dell’espressione.


Esiste un livello ancora più elementare della forma dell’espressione linguistica, quello per cui la differenza fra due fonemi può essere spiegata per via dei TRATTI PERTINENTI che li caratterizzano, cioè quelle caratteristiche arbitrarie che la singola lingua ha scelto per stabilire la differenza tra due fonemi (la differenza tra p e b, tra t e d). Ma anche i lessemi (senemi), possono a loro volta essere analizzati in unità più piccole, di natura completamente teorica. Queste unità sono i SEMI. Il loro corrispettivo sul piano dell’espressione può essere rappresentato dai tratti distintivi (pertinenti) che, come i semi, hanno una natura strutturale e vengono identificati come “operatori di differenza”. I semi si posso dividere almeno in tre tipi:


Mauro Crippa (SdC) Pagina 14 di 39


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