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Numero 2 • Dicembre 201 0


«Questa squadra ha dimostrato ancora una volta di essere la più forte del mondo. È un risultato grandioso, sono emozionato e felice». A chi si riferisce Corrado Barazzutti, da dieci anni esatti capitano delle nazionali in Coppa Davis e in Federation Cup: a Francesca Schia- vone, Flavia Pennetta, Roberta Vinci e Sara Errani o a Potito Starace, Fabio Fognini, Simone Bolelli e Daniele Bracciali? La risposta è così ovvia che ve la risparmiamo. Nell’ultimo decennio il confronto tra l’Italia maschile e quella femminile non lascia scampo. Da una parte ci sono tre Federation Cup (nel 2006 contro il Belgio della Henin, nel 2009 e lo scorso 8 novembre a San Diego contro gli Stati Uniti senza le Williams), Francesca Schiavone settima al mondo dopo esser stata sesta, Flavia Pennetta che ad agosto da numero 10 ha regalato due azzurre in top ten per la prima volta, perfino un Roland Garros conquistato dalla Schiavone a giugno. Dall’altra parte, il nulla.


PROVACI ANCORA, SIM(ONE) — L’ultimo fallimento maschile è arrivato il 19 settembre a Lindkoping contro la Svezia nello spareggio per abbandonare il Gruppo Regionale, la serie B, dove i nostri hanno passato nove degli ultimi 10 anni – nel 2003 scesero in C dopo la sconfitta in Zimbabwe (!) – e approdare al Gruppo Mondiale di Davis, la serie A. Contro Soderling e soci il punto decisivo era il doppio dove il numero 5 Atp avrebbe lasciato campo agli specialisti Aspelin e Lindstedt, 26° e 20° al mondo nel doppio. Che i nostri Starace e Bolelli (47° e 169° nel doppio) ce la potessero


fare l’ha dimostrato l’autorevolezza con cui s’erano portati sul 2-0, ma alla fine è arrivata un amaro 2-3. Un miracolo dall’onesto Simone Bolelli (114° in singolare) contro Soderling proprio non poteva arrivare.


CAUSE DI UNA CRISI — E così ecco al solito rompicapo: perché le ragazze sì e i ragazzi no? Perché non si vede un nuovo Pietrangeli mentre il ricordo di Lea Pericoli sbiadisce con le immagini della Schiavone a Parigi o della Pennetta che sconfigge l’inesperta Vanderweghe a San Diego?


«Va fatta chiarezza», comincia Adriano Panatta, ex numero 4, un Roland Garros e una storica Davis contro il Cile di Pinochet insieme a Barazzutti, Bertolucci e Zugarelli nel 1976. «Il


tennis femminile è meno complicato. È meno


fisico e la palla va più lenta. Le prime 30 della classifica sono brave, ma i primi 30 della classifica maschile sono fenomeni». Ma perché l’ultimo fenomeno risale a 35 anni fa, quando la nostra squadra di Davis era formata da gente che bazzicava dalle parti della top ten? «Il tennis si gioca soprattutto all’estero e gli italiani soffrono la lontananza, sono provinciali, si adattano alle condizioni, alla lingua e all’alimentazione molto peggio degli altri», spiega Paolo Berto- lucci, amico storico di Panatta, doppista ed ex numero 12 Atp. «E non sanno investire su loro stessi», continua. «Un giocatore straniero con i primi soldi si costruisce un suo team:


coach,


fisioterapista e preparatore atletico. I nostri, invece, si “sparano” subito il macchinone e risparmiano su figure ormai fondamentali per la crescita».


Tutto qui? A sentire Panatta, no: «Quando ero capitano di Davis e, poi, quando ho gestito insieme ad altri ex giocatori il settore professionistico della Federazione, i buoni giocatori c’erano:


Camporese, Canè, Gaudenzi. Dopo, la Fit ha scelto altre strade. Il centro di Riano è stato chiuso e tutto è stato affidato a coach privati».


SOLUZIONE CERCASI — L’esempio spesso additato è quello della Spagna, che ha coltivato una generazione di specialisti della terra rossa e su questa ha costruito un impero. Capire quanto sia merito del talento personale e quanto del sistema federale però non è semplice, come non lo è per il tennis francese, australiano o americano, tutti dal passato nobilissimo e dal presente disastrato. E poi da noi ci sono davvero così tante differenze tra l’organizzazione femminile e quella maschile?


Spesso sul banco degli imputati sale anche la scarsa copertura televisiva, no- nostante la Tv creata dalla Fit – Super- Tennis – abbia raccolto buoni risultati su web e satellite nei suoi primi due anni (e ora è anche su Facebook). Ma qual è la causa e qual è l’effetto? La Tv se n’è andata e, oscurandolo, ha fatto naufra- gare il tennis italiano o il contrario? Il sospetto è che il dibattito durerà finché non spunterà dal nulla un Nadal made in Italy. Perché alla fine un dubbio rimane: se non fosse un problema di Federa- zione, di scelte politiche sbagliate, di vizi italiani e virtù straniere, ma più sempli- cemente di una generazione che questa volta ha dato i frutti migliori al sesso femminile? In fondo è già successo in altri sport di nobilissima tradizione come la pallavolo, dove prima esistevano solo gli dei di Velasco e ora da un decennio l’orgoglio nazionale sono le ex “belle ma perdenti”. Il tema è complesso,


le


possibili risposte troppe e quasi tutte valide. Nel frattempo, continuate a farci sognare, ragazze.


TENNIS - Dove va il Tennis italiano?


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