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scenti, spesso non hanno misure regola- mentari. È quasi paradossale, per non dire grottesco, che la Pro Recco, senza ombra di dubbio la più forte squadra continentale, non abbia a disposizione la piscina di Punta Sant’Anna e debba di- sputare le sue gare interne a Sori.


A questi vanno anche aggiunti gli ormai cronici problemi nel campo della visibi- lità: la Rai garantisce, è vero, una fine- stra sui propri canali satellitari alla pallanuoto (due incontri alla settimana), ma allo stesso tempo non sono mancate lamentele su improvvisi cambi di palin- sesto: partite inizialmente previste non sono state poi trasmesse ed è accaduto più di una volta. I quotidiani sportivi, salvo pochissime eccezioni, dedicano sempre più uno spazio marginale alla pallanuoto sulle loro pagine. Gli sponsor, complici anche i tempi da chiari di luna, hanno voltato le spalle perché la palla- nuoto è uno spettacolo che non garan- tisce i profitti desiderati. Le entrate, insomma, sarebbero scarse, inconsisten- ti perché questo sport non riesce a vendersi come un prodotto interessante, spendibile sul mercato. Niente visibilità, niente mecenati. In maniera del tutto inevitabile, il pubblico ha finito per svuo- tare le piscine.


La commistione tra questi fenomeni ha raggiunto l’apice agli Europei di Zaga- bria, una piazza abituata a gustare la pallanuoto ad alti livelli: spalti del Mla- dost Sports Center desolatamente inani- mati in quasi tutti gli incontri, con la sola eccezione di quelli giocati dalla nazionale allenata da Ratko Rudić, e incompren- sibile decisione di oscurare le partite del mattino. Oltre dieci anni fa si arrivò alla decisione di separare la pallanuoto dalle altre competizioni natatorie in occasione


degli Europei. Per darne maggior risalto e visibilità, si disse. Già. Che sia il mo- mento buono per tornare sui propri passi e riallacciarsi al nuoto?


Il caso Olympiakos. C’è, poi, anche la crisi economica che non ha risparmiato soprattutto gli sport dove il volume del giro d’affari è abbondantemente inferiore a quello del calcio. Lo sa bene la Fio- rentina Waterpolo, che in campo femmi- nile ha dovuto rinunciare ai suoi pezzi più pregiati. Lo sa anche la Roma, che ha venduto il titolo sportivo al Latina e non si è iscritta alla serie A1 maschile. Lo sa il Posillipo, che negli ultimi due anni si è ritrovato costretto ad investire solamente sui giovani del suo vivaio mentre i campioni, italiani e stranieri, emigravano verso altri lidi. Addirittura lo sa la Pro Recco che, a dispetto della disponibilità economica del patron Ga- briele Volpi, non ha accantonato il pro- getto della fusione con la Rari Nantes Camogli: un’idea che ai tifosi, divisi da un’accesa rivalità, non piace ma che da ambo le parti viene caldeggiata come una proposta plausibile, ideale per ab- battere i costi di gestione e per garantire la sopravvivenza della pallanuoto nel genovese.


Ma anche oltre le frontiere italiane im- pera la crisi ed il caso dell’Olympiakos parla chiaro. In Grecia quella della poli- sportiva del Pireo è una vera e propria egemonia: lo è stata nel calcio per cin- que stagioni consecutive, lo è a maggior ragione nella pallanuoto, dove l’Olym- piakos ha vinto gli ultimi due campionati senza mai perdere un solo incontro. E, nel 2002, fu la prima squadra capace di conquistare quattro diversi trofei (scu- detto, coppa nazionale, Coppa dei Cam-


Numero 2 • Dicembre 201 0


pioni e Supercoppa europea). Ma adesso la sezione di pallanuoto maschile naviga in cattive acque: agli inizi di settembre i giocatori avrebbero dovuto riprendere gli allenamenti. Invece, si sono rifiutati di scendere in acqua ed hanno scioperato contro la società, rea di non aver pagato loro ben sette mesi di stipendi. L’au- tunno più caldo degli ultimi anni si è aperto con trattative tra dirigenza e gio- catori da cui non usciva mai la fumata bianca: alla squadra, che ha addirittura perso dopo 15 anni di onorato servizio il capitano Theodoros Chatzitheodorou, era stato proposto di pagare a rate le mensilità mancanti e i debiti della sta- gione 2009/2010 sarebbero stati saldati solamente a Natale del prossimo anno. L’Olympiakos, comunque, è in buona compagnia: la nazionale serba, che in un anno ha vinto Mondiali, World League e Coppa FINA, ha dovuto ricorrere ad un prestito bancario per poter partecipare alla trasferta a Zagabria (sic).


I duellanti. Nell’omonimo romanzo di Joseph Conrad si chiamano Feraud e D’Aubert, nella pallanuoto assumono i nomi di FINA e LEN, rispettivamente massimo organo natatorio mondiale ed europeo. Gli stessi accusati di fare orec- chie da mercante alla proposta - che fu già tracciata da Rudić negli anni del Settebello - di rivedere i calendari alla luce di un possibile svolgimento dei campionati nazionali nel periodo estivo Gli stessi accusati di confezionare calen- dari delle competizioni talmente ravvici- nati che costringono gli atleti a giocare a livello professionistico per dodici mesi: nell’anno che si avvia alla conclusione si sono infatti svolti, tra luglio e settembre, World League, Coppa FINA ed Europei. E si pensi a cosa accadrà a breve: il 10


novembre si disputa la quinta giornata della A1 italiana, il 13 e 14 iniziano la fase eliminatoria e gli ottavi di finale, rispettivamente, di Eurolega e Coppa LEN maschili, il 16 si apre la stagione della World League con i gironi di qualificazione ed il 20 si torna in acqua per il massimo campionato.


È vero che, laddove c’è maggior profes- sionismo, c’è anche più competizione. Ma le lamentele non mancano perché tutto questo accavallarsi di impegni non farebbe altro che penalizzare lo spetta- colo. Quello che, in poche parole, do- vrebbe essere la priorità di chi gestisce e coordina tale disciplina. E se in certi casi gli organi competenti fanno di tutto per non collaborare, in altri (vedi la Lega Nazionale Pallanuoto) risultano avere, secondo un parere diffuso, pochissima influenza. Non solo. Qualche anno fa Paolo De Crescenzo, ex allenatore del Posillipo ed ex ct del Settebello, ne fece pure una questione di denominazioni: esistono, osservò, la Federazione Italia- na e, in secondo luogo, Internazionale e la Lega Europea “di Nuoto”, cui


la


pallanuoto è affiliata. Come se queste tre sigle esprimessero la mancanza di una vera e propria identità forte dell’unico sport di squadra inserito tra le discipline acquatiche.


La soluzione più naturale è che i duel- lanti ripongano le armi e che inizino un percorso condiviso. Magari coinvolgendo anche le federazioni nazionali e, soprat- tutto, chi realmente fa la pallanuoto, ossia tecnici e giocatori. Più volte sono state invocate, con scarso successo, ta- vole rotonde per discutere assieme le problematiche che affliggono questo sport e provare a porvi rimedio. Che sia la volta buona?


PALLANUOTO - La crisi della pallanuoto


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