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Numero 2 • Dicembre 201 0


A partire da una decisione del Consiglio Federale del 1966, poi ratificata legis- lativamente 8 anni più tardi, i club italiani sono delle società per azioni inizialmente senza scopo di lucro con l'obbligo di reinvestire gli eventuali profitti nella attività sportiva. E' solo nel 1996 che, all'interno della riforma provocata dalla vicenda Bosman, fu abolito tale obbligo aprendo la strada per la possibilità della quotazione in Borsa delle società.


La prima società a quotarsi è la Lazio che debutta a Piazza Affari il 6 maggio 1998 offrendo sul mercato il 43% delle azioni delle quali il 25% riservato ai semplici risparmiatori-tifosi. Due anni dopo fu la Roma ad entrare a Piazza Affari collocando il 29% del capitale sociale del club detenuto quasi totalmente all'epoca dal presidente Franco Sensi.


L'ultima in ordine di tempo a quotarsi in Borsa è stata la Juventus che nel dicembre del 2001 destinò al pubblico degli azionisti tra il 30% e il 35% delle sue azioni.


In tutti e tre i casi il basso flottante e le strette regole di governance hanno fatto sì che non sia stato possibile l'ingresso nei Consigli di Amministrazione di alcun rappresentante dei piccoli azionisti rendendo, quindi, di fatto ininfluente se non dal punto di vista finanziario l'operazione. Per questa ragione nel corso del tempo si sono venuti a costituire gruppi di piccoli azionisti, ultima in ordine di tempo l'Associazione dei Piccoli Azionisti della Juventus, con lo scopo di instaurare un dialogo con gli azionisti di maggioranza ed ottenere la concessione di un riconoscimento attraverso una presenza nel Consiglio di Amministrazione. (M.B.)


Quest’estate, in parallelo ai fallimenti e alle mancate iscrizioni di società storiche come il Mantova,


l’Ancona, i la Pro


Vercelli, il Perugia, il Rimini (solo per citarne alcune),


termini Public


Company e Azionariato Popolare sono comparsi con insistenza sulle pagine dei quotidiani sportivi


locali e nazionali.


Contemporaneamente il modello spa- gnolo, inglese e tedesco si facevano concorrenza per diventare la panacea della crisi del calcio italiano, ufficializzata mediaticamente a seguito della bru- ciante eliminazione della nazionale dai Mondiali sudafricani.


Ad oggi sono più di venti i gruppi di tifosi che si sono organizzati, o si stanno organizzando, per cercare di rilevare quote della società di calcio della propria città attraverso la creazione di cooperative o associazioni


Ancona, Arezzo, Ariano Irpino, Brescia, Casertana, Cavese, Chievo Verona, Foggia, Gallipoli, Hellas Verona, Livorno, Mantova, Milan, Modena, Pisa, Potenza , Rimini, Roma, Salernitana, Suzzara, Torino, Torres, Venezia.


Data la novità del fenomeno alcuni di questi progetti sembrano ben avviati, mentre altri appaiono piuttosto vacui, effimeri o utopici. Anche le reazioni dei tifosi alle proposte di azionariato popolare sono apparse ambivalenti; grande entusiasmo e partecipazione ma anche molto scetticismo. Non dimen- tichiamo che l’Italia è la terra del mecenatismo, che ha dato i natali agli


Agnelli, ai Berlusconi e ai Moratti. E molti stentano a vedere quella dell’azionariato popolare come una realtà credibile ed efficiente, preferendo cullare il sogno del magnate russo o dello sceicco arabo pronti a svenarsi per l’ultimo pallone d’oro, come testimoniano le recenti farse di Soros a Roma e Tim Barton a Bari. Non va poi dimenticato come spesso in Italia il possesso di una squadra di calcio vada ben al di là di semplici calcoli economici, diventando una questione anche di potere e prestigio.


La situazione debitoria nel calcio, che già aveva


visto fallimenti importanti (Trust):


(Fiorentina, Napoli, Perugia, Messina, Venezia, Avellino, Spezia, Ancona) e salvataggi per il rotto della cuffia (Lazio e Parma), è diventata sempre più insopportabile, soprattutto a seguito della crisi economica mondiale dell’ul- timo biennio. Sempre più club, non trovando mecenati pronti a riversare fiumi di denaro nel calcio, si sono trovati costretti ad agire secondo vincoli di bilancio e chi non ce l’ha fatta è fallito. La stessa Uefa sta facendo pressione per l’approvazione e l’attivazione del fair play finanziario. Del resto sono state soprattutto quelle realtà che per un motivo o per l’altro hanno avuto diffi- coltà economiche o vissuto vicissitudini incredibili, ad aver iniziato a cercare per prime soluzioni che comportavano un maggior coinvolgimento dei tifosi e delle comunità cittadine nella gestione delle squadre di calcio.


SPECIALE - PUBLIC COMPANY E AZIONARIATO POPOLARE


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