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Numero 2 • Dicembre 201 0


Se nell’Italia del pallone l’azionariato popolare è ancora appena sopra la condizione di utopia,


essersi in altri paesi


dell’Europa occidentale questa Città del Sole non ha solo già posto le fondamenta, ma da tempo ha realizzato progetti di enorme successo. Infatti, alcune tra le più importanti squadre del mondo, come Real Madrid, Barcellona, Athletic Bilbao e Ajax, senza dimenticare quasi


tutte quelle delle Bundesliga


tedesca, sono organizzate proprio su questo modello. In Gran Bretagna i gruppi di tifosi ricevono alcuni benefici di legge quando si riuniscono in Trust, ovvero libere associazioni riconosciute dallo stato (a oggi se ne contano circa 160), istituiti al fine di ottenere una porzione di pacchetto azionario suffi- ciente, se non a guidare, almeno a contare il più possibile all’interno delle amministrazioni dei club.


Storicamente, il calcio britannico è stato il primo ad aprire le porte al mercato finanziario, facendovi ingresso nel 1983, con la quotazione in borsa del Tottenham. L’esperimento si era rivelato convincente, e nella seconda metà degli anni novanta ventisei società erano già quotate sul listino. Erano tempi di bolla speculativa, e anche il calcio sembrava


trasformato in un’autentica


macchina da profitti. Si entrava nell’era postmoderna, e ai primordiali introiti degli abbonamenti e dei biglietti delle partite si erano aggiunte nuove voci di ricavi, come le sponsorizzazioni, i diritti televisivi, i ricavi di gestione degli stadi di proprietà e il merchandising, che in


Inghilterra prosperava soprattutto grazie alla vendita delle magliette.


Poi, contemporaneamente ai primi scivoloni in borsa e soprattutto allo scandalo del Newcastle, la squadra del cuore di Tony Blair, nel 1998 il governo laburista aveva deciso di incaricare una commissione, per mettere un po’ di ordine nella finanza calcistica. Dopo due anni di lavoro, la task force governativa aveva suggerito di utilizzare le tifoserie anche in funzione di controllo sull’ope- rato degli amministratori dei club, e dove possibile, aveva anche incentivato i tifosi ad occuparsi direttamente della direzione, creando l’istituzione del Supporters Direct. Tramite questa, le tifoserie avrebbero potuto ottenere finanziamenti per


tentare scalate


azionarie. Ma al di là delle demagogiche dichiarazioni d’intenti con la quale era stata inizialmente presentata questa istituzione, nella pratica il governo di Tony Blair si era ben guardato dal dotarla dei fondi necessari a darle incisi- vità. E per la sua attività si era limitato a stanziare 750 mila sterline nei primi tre anni, tra il 2000 e il 2003: poco più di una goccia nel mare magno della finanza calcistica britannica, consi-derando che per acquistare un club come il


SPECIALE - PUBLIC COMPANY E AZIONARIATO POPOLARE


DOSSIER


AZIONARIATO POPOLARE


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