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Pianeta Sport • www.pianeta-sport.net


Numero 2 • Dicembre 201 0


limiti superati porta l’opinione pubblica, a una pressione non sempre facilmente sostenibile. La fama, la visibilità e i pre- mi fanno il resto. Oggi come oggi sono molto più gli incentivi che i disincentivi all’uso di sostanze illegali per alterare le prestazioni sportive.


Medici e Azzeccagarbugli Oggi tramite internet il doping "fai da te" è possibile. Anzi, soprattutto negli sport d’élite ab- biamo tutte le evidenze per affermare con una certa ragionevolezza che esiste ed è stato praticato il “doping di squa- dra”. Tuttavia, mentre ormai non si contano più gli atleti trovati positivi e messi alla gogna mediatica - da Ben Johnson a Marco Pantani, tanto per cita- re i nomi più famosi - poco o nulla si sa dei


loro medici, direttori sportivi o


illecite che rientrano nella definizione di “doping”. Troppo spesso ci dimentichia- mo che gli atleti, anche quelli di alto li- vello, dipinti dai media come eroi invin- cibili, non sono niente altro che esseri umani con le stesse nostre debolezze.


Citius!, Altius!, Fortius! “Più veloce!, più in alto!, più forte!": il motto olimpico sintetizza al meglio quello che la società si aspetta dagli atleti. Dalla fine del- l’Ottocento l’uomo-sportivo ha comincia- to a collezionare record e statistiche in maniera sempre più precisa e standar- dizzata cercando in ogni modo di miglio- rarsi. L’evoluzione positiva delle presta- zioni venne prima di tutto da migliora- menti nell’allenamento, nell’alimentazio-


ne e nello stile di vita, poi anche dallo sfruttamento delle conoscenze tecnologi- che (cronometro, abbigliamento, attrez- zatura, mezzo). In questo senso, l’uso massiccio della medicina nello sport fa parte di una naturale evoluzione verso il limite. Un massaggio per togliere l’acido lattico dalle gambe è però interpretato in maniera diametralmente opposta rispet- to a una trasfusione di sangue ossige- nato. Anche in questo caso, il doping è un punto d’arrivo naturale che, tuttavia, supera i nostri limiti etici e diventa inac- cettabile. Nonostante il condiviso rifiuto del doping, l’impulso degli atleti a infran- gere le regole viene proprio dalle richie- ste della società stessa: la domanda di divertimento, di prestazioni estreme, di


manager che concorrono nella loro scel- ta. L’aspetto più incredibile della vicenda sembra essere il fatto che mentre gli atleti, in virtù della loro visibilità, pagano oltremodo per le loro scelte, certi medi- ci, non appena vengono indagati per doping, diventano richiestissimi sul mer- cato. Il caso più eclatante? Caduto il muro di Berlino, i medici della Germania Est passarono in blocco in Cina: più tardi si venne a sapere che gli incredibili risul- tati del mezzofondo cinese femminile erano stati, per l’appunto, influenzati da pratiche mediche illegali. Le stesse che denunciò, già negli anni Settanta, la nuotatrice statunitense Shirley Baba- shoff: nessuno la prese sul serio fino a quando le sue rivali della DDR, come Kornelia Ender, non confessarono.


Doping e federazioni La lotta al doping è efficace? Difficile a dirsi senza avere dati sottomano. Tuttavia è evidente che oggi come oggi, nonostante l’istituzione di un organo internazionale come la


WADA (World Anti-Doping Agency), si assiste, da paese a paese e da sport a sport, a forti diseguaglianze. In Europa manca ancora una normativa comune: gli atleti di paesi come la Spagna hanno spesso goduto i frutti di una legislazione più blanda rispetto a paesi come la Fran- cia in materia di doping. Allo stesso mo- do, il numero di controlli intorno al cicli- smo non è nemmeno paragonabile a quello degli sport americani come il ba- seball, il football e il basket. Questa di- screpanza è dovuta all’impressionante numero di interessi esistenti nel mondo dello sport: sul piano nazionale le vitto- rie portano prestigio e dunque non è nell’interesse degli stati investire cifre importanti (i controlli antidoping costano parecchio) per penalizzare i propri atleti. Ancor più paradossale è il caso delle federazioni sportive o degli organizzatori di eventi sportivi: la paura di un numero eccessivo di positività potrebbe infatti allontanare spettatori e, di conseguenza, sponsor. Le istituzioni sportive tendono in genere ad usare il pugno di ferro alla vigilia e a conclusione dei grandi appun- tamenti, per i quali è previsto invece uno speciale guanto di velluto.


La legalizzazione è la soluzione? In linea di principio la legalizzazione per- metterebbe il superamento del problema etico, e contribuirebbe alla lotta alla cri- minalità organizzata. Legalizzare il do- ping in una società in cui chi non vince è considerato una nullità potrebbe, però, avere solo effetti negativi. Combattere il doping non è solo un problema di lega- lità e controllo, è soprattutto un proble- ma di cultura. Da dove iniziare? Guar- dando prima al gesto tecnico e poi al risultato. Non sarà sufficiente, è pur sempre un buon inizio.


SPORT, POLITICA E SOCIETÀ


ANDY MIAH


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