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maggior parte dello staff, cedere i migliori giocatori, e vendere per un milione e mezzo di euro i diritti sul nome dello stadio alla Deutsche KreditBank. E così, da tre anni a questa parte, il suggestivo Ostseestadion, lo Stadio del Baltico, uno dei


rari appellativi


presentabili ideati durante il periodo comunista, è diventato il più venale DKB Arena.


Ben peggiore è poi la condizione della Dinamo Dresda, che nel 1991 aveva fatto coppia con l’Hansa nella massima divisione del campionato. Dichiarata la bancarotta nel 1995, era stata retrocessa d’ufficio nelle divisioni regionali. Per i mondiali di Germania del 2006 poi, nonostante fosse la capitale della Sassonia, Dresda ha subito lo smacco di non essere inclusa tra le città che avrebbero ospitato la manife- stazione. Oggi la Dinamo, sempre più a rischio di insolvenza e senza neanche poter contare sulla speranza di ricevere aiuti dal governo cittadino, langue in compagnia della stessa Hansa Rostock e dell’altra nobile decaduta del Carl Zeiss Jena, in terza divisione. Quest’ultima,


poi, giace ormai quasi del dimenticata anche dai suoi stessi tifosi.


tutto


Controcorrente rispetto alla depau- perazione del football nell’ex DDR è arrivata invece una novità da Lipsia. Oltre ad essere stata l’unica città dell’ex DDR ad ospitare i mondiali del 2006, dallo scorso anno, Lipsia è teatro di un esperimento di neocapitalismo applicato al calcio. Il Markranstädt, un club di NOFV-Oberliga Süd, la quinta divisione tedesca, di una cittadina satellite di Lipsia, è stato acquistato, per il 49% del pacchetto azionario (la legge tedesca prevede che almeno il 50% + 1 delle azioni debba appartenere ai soci del club) dalla Red Bull, la multinazionale austriaca proprietaria dell’omonimo beverone energizzante, con l’intento dichiarato di farla approdare in Bundes- liga. È il terzo investimento della Red Bull nel calcio, dopo l’acquisto, nel 2005, dell’Austria Salisburgo (conosciuta anche come Casinò Salisburgo negli anni ottan- ta e novanta), diventata così, Red Bull Salisburgo, e la fondazione della Red Bull Brasil, la squadra di una piccola località nello stato di San Paolo, che


Numero 2 • Dicembre 201 0


milita nella terza divisione del campionato brasiliano.


Per aggirare il divieto, che permane tuttora in Germania, di chiamare le squadre coi nomi degli sponsor,


i


manager austriaci, attentissimi all’imma- gine, hanno battezzato il vecchio Markranstädt: RB Leipzig, dove RB è l’acronimo di RasenBallsport, traducibile come “campo di calcio sportivo”. Tutto regolare dal punto di vista giuridico, dunque. Anche se il nuovo team di Markranstädt, oggi in Regionalliga, la quarta divisione, è ancora lontano dalle luci della ribalta, si è già accaparrato il diritto a disputare i propri incontri nello stadio principale della seconda città della Sassonia, lo stesso che ai mondiali del 2006 ha ospitato gli incontri di Francia, Spagna e Argentina: lo storico Zentral-- stadion, oggi rinominato Red Bull Arena. Infatti, l’operazione di acquisto dei diritti sul nome dello stadio dal comune di Lipsia è stata già finalizzata. Secondo un sondaggio pubblicato sul Leipziger Volkszeitung, uno dei principali quoti- diani della Sassonia, popolazione


locale


il 70% della ha


salutato


l’investimento austriaco come un’oppor- tunità importante per la città.


Ma ai tifosi delle altre due squadre di Lipsia,


le tradizionali Lokomotive e


Sachsen, oggi entrambe in quinta divisione, l’esperimento è apparso come un espediente per snaturare la storia calcistica cittadina, e commercializzare lo sport intero. E non a caso, gli incontri della RB Leipzig sono quasi sempre accompagnati da striscioni di contesta- zione e cori di dileggio; e più di una volta il pullman che accompagna i giocatori in trasferta ha dovuto per- correre le strade sotto la scorta dalla polizia. Un club con un budget annuale


di 10 milioni di euro attira più di un’antipatia nell’ex repubblica demo- cratica.


Sparite completamente dalla prima divisione, nella seconda sono rimaste appena tre squadre a rappresentare i sei länder dell’est: Erzgebirge Aue, Energie Cottbus Union e Union Berlino. Mentre la prima può essere considerata una provinciale, e si è rivelata in tempi relativamente recenti, nonostante i suoi 65 anni di storia e ben otto cambiamenti di denominazione, l’Energie, la squadra del cuore del cancelliere Angela Merkel, è riuscita più volte a raggiungere la 1. Bundesliga tra il 1991 e oggi.


La Union Berlin, invece, sorta come formazione dei sindacati durante l’epoca comunista, ma più nota per essere stata la rivale della Dinamo di Erich Mielke, riscuotendo la simpatia dei timidi dissi- denti del vecchio regime, l’anno scorso ha meritato qualche titolo sui giornali tedeschi, grazie ai propri soci, che si sono autotassati per raccogliere i fondi per i


lavori di ristrutturazione dello


storico stadio nel quartiere di Köpenick. E molti di loro vi hanno anche preso parte in prima persona con tanto di elmetto e badile. A Berlino Est (a ovest la squadra più seguita è l’Hertha) l’Union ha


ancora una notevole presa


sull’immaginario popolare, anche per la sua storia ultracentenaria.


Ma spaziando dalla storia al futuro, ci si può domandare chi rappresenterà il calcio dell’ex DDR nei prossimi anni: sarà il modello solidale della Union Berlino, o quello turbocapitalista della RB Leipzig?


FALCE & TACCHETTO - Il Calcio nella DDR


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