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massimizzare gli incassi. In un Mondiale che decretò la fine del calcio delle indi- vidualità e portò all’emergere del gioco di squadra, l’Italia, di Boniperti e del blocco dell’Inter, non riuscì a superare il girone di qualificazione.


La squadra più forte fu senza alcun dubbio l’Ungheria, l’Aranycsapat (squa- dra d’oro), formata da campioni come Puskás, Czibor, Hidegkuti, Grosics, Kocsis e costruita attorno al blocco dell’Honvéd, la squadra dell’esercito. La bellezza e l’organizzazione del gioco un- gherese, molto offensivo e godibile, divennero un simbolo della forza e dell’efficienza dei nuovi regimi socialisti. Questo almeno fino al 1956, quando l’invasione sovietica dell’Ungheria mise la parola fine all’esperienza dell’Arany- csapat e insinuò dubbi sulla natura del comunismo sovietico a molti suoi soste- nitori. Malgrado le qualità dei magiari la quinta Coppa Rimet fu sollevata dalla Germania Ovest, unica delle tre Ger- manie a qualificarsi al Mondiale (il Saar- land non si era qualificato e la Germania Est non partecipò). Contro tutti i prono- stici, grazie all’abile guida di Sepp Herberger e a una serie di circostanze favorevoli, per la prima volta dopo il 1945, a Berna poterono risuonare le note dell’inno tedesco.


I prodromi del cosiddetto Miracolo di Berna vanno ricercati già nei gironi di qualificazione. Le due finaliste erano sta- te inserite nello stesso gruppo assieme a Turchia e Corea del Sud; nello scontro diretto Herberger mascherò i suoi facen- do giocare riserve. La Germania fu scon- fitta malamente per 8 a 3 ma i magiari persero la loro stella Puskás, azzoppato di proposito da un intervento del rude Liebrich. Mentre la Germania accedeva in finale sbarazzandosi facilmente di


Numero 0 • Giugno 2010


Jugoslavia e Austria, l’Ungheria dovette affrontare il meglio del calcio sudame- ricano. L’Aranycsapat sconfisse con l’i- dentico risultato di 4-2 tanto il Brasile (con rissa finale) quanto i bicampioni dell’Uruguay, giocando sotto la pioggia una delle più belle partite della storia dei Mondiali. La finale ribaltò tutti i pro- nostici. Il rientrante Puskás e Czibor portarono il match sul 2-0, ma i tede- schi, molto più in forma dei rivali, grazie alla rete di Morlock e alla doppietta di Rahn, si laurearono campioni del mondo fermando la serie di 32 risultati utili consecutivi dell’Ungheria. L’ottima orga- nizzazione di gioco e la difesa arcigna dei vincitori ebbe successo anche perché sostenuta dalla chimica farmaceutica tedesca. L’ombra del doping, supportata dai misteriosi malori dei giocatori dopo il torneo, ha sempre aleggiato pesante- mente su questo successo tedesco.


Per


la seconda volta non venne


rispettata la tradizionale alternanza tra Europa e Sudamerica. Il Mondiale restò in Europa e, dopo la Svizzera, toccò nuovamente a un paese neutrale ospi-


tare la competizione. È possibile che il Partito Socialdemocratico svedese sia stato favorito elettoralmente dalle ele- zioni che si svolsero in pieno Mondiale, ma nonostante la tornata elettorale gli svedesi furono abili a non confondere e strumentalizzare i due eventi. Il Mon- diale fu privo di gigantismi anche se fu ben organizzato dagli scandinavi. Ai Mondiali del 1958, per la prima e unica volta della sua storia, non si qualificò l’Italia. Sotto l’incerta guida di Foni una


squadra azzurra piena di oriundi toccò il fondo subendo una beffarda sconfitta a Belfast contro l’Irlanda del Nord. Parte- ciparono, per la prima volta contempo- raneamente, tutte le quattro federazioni britanniche (Inghilterra, Scozia, Galles e Irlanda del Nord). L’Inghilterra però, in- debolita dalla tragedia aerea che aveva colpito il Manchester United, non riuscì ad essere competitiva. Ragioni esterne penalizzarono non poco anche l’Ungheria vicecampione in carica e l’Unione Sovie-


STORIE MONDIALI - 1 950-1 966


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