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tensione al Boet Erasmus di Port Eliza- beth era altissima: per il Sudafrica una vittoria voleva dire qualificarsi ai quarti evitando di incontrare subito corazzate come Inghilterra o Nuova Zelanda, la sconfitta avrebbe voluto dire la fine ingloriosa del torneo. Dopo l’esecuzione degli inni nazionali, con l’arbitro David McHugh in procinto di fischiare l’inizio del match, le luci dello stadio si spensero improvvisamente, per via di un cavo danneggiato. La tensione accumulata esplose sul campo di gioco: i Sudafri- cani, grazie a una difesa rocciosa, si im- posero per 20-0, ma a sette minuti dalla fine, dopo uno scontro di gioco tra Pieter Hendriks e Winston Stanley, sul campo scoppiò la rissa. McHugh fu costretto a mostrare tre cartellini rossi, uno dei quali verso il tallonatore sudafricano James Dalton. Dalton fu sospeso per trenta giorni: il suo Mondiale finì, insie- me a quello di Hendriks, squalificato in seguito alla visione delle registrazioni della rissa da parte del comitato organiz- zatore. Se il Sudafrica perdeva l’ala che aveva segnato una meta decisiva nella gara d’esordio contro l’Australia, la squa- lifica riapriva le porte della nazionale a Chester Williams, che sarebbe diventato l’eroe del quarto di finale contro le Samoa Occidentali, segnando quattro mete. Finì 42-14 per gli Springboks che però pagarono lo scotto di un confronto fisico durissimo. A farne le spese fu l’e- stremo André Joubert, che giocò le ulti- me due partite del torneo con una mano rotta.


La semifinale contro la Francia fu di- sputata a Durban. Per la seconda volta, dopo il match con il Canada, i suda- fricani corsero il rischio di vedere la par- tita assegnata a tavolino. Le condizioni del campo di gioco erano pessime: il terreno era completamente allagato


dalla pioggia torrenziale che stava sfogandosi sulla regione del Natal. Una delle immagini rimaste nella memoria collettiva è l’esercito di donne nere che, spazzoloni alla mano, libera il terreno del King’s Park dall’acqua in eccesso. Se la partita non si fosse disputata il Mondiale del Sudafrica sarebbe finito: il regola- mento della Coppa del Mondo stabiliva che in questo caso sarebbe stata elimi- nata la squadra che aveva subito più espulsioni durante il torneo. In quel mo- mento, il cartellino rosso di Dalton con- tro il Canada pesava come un macigno. Le contingenze e la volontà di non far saltare una partita di Coppa del Mondo però forzarono la mano agli ufficiali e all’arbitro Derek Bevan e l’incontro, no- nostante il campo fosse ancora in condi- zioni di pessima praticabilità, cominciò ugualmente. Finì 19-15 per i sudafricani, con la meta annullata da Bevan a Benaz- zi e con le lacrime dell’uomo dalle tre patrie, la Francia, il Marocco e il rugby.


24 giugno 1995, Ellis Park: la finale di Coppa del Mondo si apre con la visita di Nelson Mandela allo spogliatoio sudafri- cano. Indossa il cappellino e la maglia della nazionale,


la numero sei di


François Pienaar, il gesto con cui conqui- sterà definitivamente la fiducia degli afrikaner. L’emozione è fortissima in tut- to lo stadio, e quello che avviene ad Ellis Park è qualcosa che solo due anni prima sarebbe stato impensabile: i neri tifano per la nazionale dei bianchi, i bianchi intonano Shosholoza, canzone tradizio- nale del Sudafrica nero, lo stadio intero inneggia a Mandela. I neozelandesi sono i favoriti, schierano all’ala Jonah Lomu, 110 kg di velocità, una delle prime ali pesanti della storia del rugby. I suda- fricani invece impostano la loro partita sulla difesa, sulla compattezza di una squadra che ha saputo superare un


Numero 0 • Giugno 201 0


Pensare che basti una Coppa del Mondo a risolvere i problemi di un paese attraversato da mille contraddizioni e che ha appena superato una condizione di divisione e segregazione è impensabile. La vittoria degli Springboks non fu del tutto una favola. Alcuni giocatori neozelandesi vomitarono a bordo campo durante la finale, spingendo l’allenatore Laurie Mains ad insinuare che gli All Blacks fossero vittime di un’intossicazione alimentare deliberatamente causata da una misteriosa cameriera. Né alla cena della finale mancarono le polemiche e le controversie: il crasso commento del presidente della federazione sudafricana Louis Luyt svuotò la sala. Luyt disse che nel 1987 e nel 1991 aveva sostenuto che le Coppe del Mondo non erano veritiere, in quanto il Sudafrica non aveva partecipato, e che la vittoria degli Springboks dimostrava la sua ragione. Dopo aver parlato con il terza linea neozelandese Mike Brewer nell’immediato seguito dell’episodio, la stampa chiese a Luyt se si fosse trattato di una conversazione o di una confronto a muso duro: “Dipende da come interpretate le parole Grosso bastardo afrikaner”, fu la risposta. L’indelicatezza di Luyt durante quella sera non si limitò a quell’episodio: il presidente della federazione sudafricana regalò un orologio d’oro a Derek Bevan, definendolo “il migliore arbitro del torneo”, gesto quantomeno controverso, visto che Bevan aveva salvato in ben due modi la semifinale contro la Francia, evitando la sconfitta a tavolino del Sudafrica per le condizioni del campo e annullando la meta dubbia di Benazzi che avrebbe qualificato i Bleus alla finale di Johannesburg.


Le controversie del rugby sudafricano sarebbero continuate a lungo. Nel 2007, quando il Sudafrica vinse per la seconda volta la Coppa del Mondo schierando a pilone Os du Randt, un componente della squadra del 1995, la squadra sfoggiava sulle maniche della propria maglia la scritta 466664, il numero del prigioniero Mandela a Robben Island, e l’ex-presidente sudafricano si unì ai festeggiamenti della squadra, di nuovo indossando la maglia verde-oro. Non erano ancora risolti, né lo sono tuttora, i problemi legati alla violenza che circonda il gioco in alcune regioni della nazione, alla percezione dello springbok come simbolo dell’apartheid e all’annosa questione delle quote razziali nella squadra nazionale. Solo quattro anni prima le cronache avevano svelato l’orrore di Kamp Staaldraad, l’inumano campo di addestramento cui furono sottoposti i giocatori prima della Coppa del Mondo 2003, e la disputa tra l’afrikaner Geo Cronjé e il coloured Quinton Davids, entrambi espulsi dalla squadra per la Coppa del Mondo dopo che il primo si sarebbe rifiutato di dividere stanza e doccia con il secondo.


cammino accidentato per arrivare alla finale, sulla passione e sul desiderio di coronare il sogno di una nazione. È il gioco degli Springboks a imporsi, e la partita si riduce a una sfida di calci tra Joël Stransky e il neozelandese di origine


sudafricana Andrew Merthens che porta per la prima volta una partita di rugby a tempi supplementari e che mantiene la gara sulla parità fino a sei minuti dalla fine. Fino a quel drop di Stransky.


THE RAINBOW NATION - La RWC 1 995


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