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elezioni a suffragio universale nella sto- ria del Sudafrica, che portarono all’ele- zione di Mandela.


Il rugby, sport dell’oppressore e simbolo del potere afrikaner, definito da Arnold Stofile “l’oppio dei boeri”, vide terminare il suo lungo esilio dalla scena interna- zionale nell’agosto 1992, quando all’Ellis Park di Johannesburg il Sudafrica affron- tò la Nuova Zelanda. Louis Luyt, il nuovo controverso presidente della South Afri- can Rugby Union, aveva ottenuto la pos- sibilità di far disputare il test match a patto che l’evento non fosse usato come occasione per promuovere i simboli del- l’apartheid, così strettamente legati al rugby: la vecchia bandiera, che rappre- sentava il vecchio regime, e l’inno nazio- nale Die Stem van Suid-Afrika, una cele- brazione del grande trek con cui gli afri- kaner si erano imposti, a dir loro per vo- lere divino, e avevano imposto il loro co- lonialismo sugli altri popoli che abita- vano il Sudafrica. Fu un fallimento. Quel- la che doveva essere un’occasione di ri- conciliazione si trasformò in una cele- brazione dell’orgoglio boero, con la con- nivenza di Luyt e sulle note di Die Stem. Nonostante le polemiche, Mandela conti- nuò a considerare il rugby un modo per conquistare la fiducia dei boeri: fece in modo che Nkosi Sikelel’ iAfrika, il nuovo inno nazionale, affiancasse Die Stem senza sostituirlo, e ottenne per la sua nazione l’organizzazione della Coppa del Mondo 1995.


La nazionale sudafricana per la Coppa del Mondo era composta quasi esclusi- vamente da giocatori bianchi, con l’unica eccezione dell’ala Chester Williams. Williams sarebbe assurto a simbolo della fine della segregazione, eppure nella di- visione etnica dell’apartheid non figurava come nero, ma come coloured: un’etnia


in qualche modo privilegiata, più vicina alla realtà boera che non a quella delle township. Williams, come gran parte dei suoi compagni di squadra, era disin- teressato e ignaro rispetto alle questioni politiche del suo paese. Un disinteresse condiviso anche da François Pienaar, ar- chetipo dell’afrikaner, flanker con un’a- dolescenza travagliata e violenta, che aveva fatto il suo esordio in nazionale nel 1993, vestendo dal primo incontro la fascia di capitano che era appartenuta a Naas Botha. Nessuno avrebbe potuto immaginare che un giorno sarebbe di- ventato l’icona di una nazione unita, né prevedere il legame profondo che av- rebbe stretto con Mandela durante l’an- no che passò tra il loro primo incontro e la Coppa del Mondo. Più consapevoli po- liticamente erano personaggi come l’a- pertura Joël Stransky, dai cui piedi sa- rebbe passato il destino di una nazione, e soprattutto il team manager Morné du Plessis. Fu proprio su iniziativa di du Plessis che gli Springboks portarono il pallone della Coppa del Mondo attra- verso le township del paese, visitarono Robben Island, il carcere per prigionieri politici dove Mandela aveva speso diciott’anni della sua vita, e impararono a cantare il nuovo inno, Nkosi Sikelel’ iAfrika.


Il 25 maggio 1995, dopo il lancio del fio- rino del 1921 usato per sorteggiare palla e campo in un’Inghilterra – Nuova Ze- landa del 1925 e dopo il fischio di Derek Bevan in un fischietto utilizzato per la prima volta novanta anni prima, l’au- straliano Michael Lynagh diede il calcio d’inizio della Coppa del Mondo. Quella sudafricana, oltre al particolare signi- ficato che avrebbe acquistato per un po- polo, sarebbe stato uno spartiacque im- portante nella storia del rugby, segnando il confine tra l’era amatoriale e quella del


Numero 0 • Giugno 201 0


Dal 1976, dopo i disordini accaduti nella principale township di Johannesburg, Soweto, il mondo aveva chiuso le proprie porte al Sudafrica. Anche il rugby fu isolato dal boicottaggio internazionale, in quello che fu considerato il colpo più duro per gli afrikaner, che nello sport eccellevano. Le poche occasioni internazionali che venivano concesse ai sudafricani erano puntualmente affari controversi. Il tour del 1981 in Nuova Zelanda fu costellato da proteste e disordini pubblici che portarono alla cancellazione di una partita e all’episodio delle bombe di farina durante il match finale all’Eden Park di Auckland. In quella che si rivelò una partita tesa e nervosa, giocata in un’atmosfera irreale, un superleggero volò sopra lo stadio, sganciando fumogeni e bombe di farina sul terreno di gioco mentre l’incontro era in corso, e colpendo in testa l’All Black Gary Knight. Quattro anni più tardi Arnold Stofile, ex-rugbista e membro dell’ANC, condusse una campagna di successo e convinse il governo e la federazione neozelandese ad annullare il proprio tour in Sudafrica. Fu così che nel 1986 venne organizzato il tour ribelle dei Cavaliers, una formazione All Black sotto mentite spoglie, che causò scalpore al punto di spingere alcune nazionali a minacciare di boicottare la Coppa del Mondo inaugurale del 1987 se fossero stati ammessi i giocatori che avevano partecipato alla tournée. Tra i personaggi più importanti e più dimenticati del dibattito sportivo sulla riconciliazione ci fu Danie Craven, giocatore e poi allenatore del Sudafrica e infine presidente della federazione rugby nazionale. Craven, in un tentativo di smuovere lo stato di isolamento internazionale della sua federazione, intavolò nel 1988 dei negoziati con l’ANC, allora ancora fuorilegge, per la creazione di una federazione unitaria che comprendesse bianchi, coloured, indiani e neri. Le reciproche differenze e diffidenze tra gli afrikaner della federazione rugby e i neri dell’ANC resero le trattative molto accidentate, portando infine alla fondazione della South African Rugby Football Union a inizio degli anni ’90. Il Sudafrica, nel frattempo, non aveva potuto partecipare ai Mondiali nel 1987 e nel 1991. Danie Craven, morto nel 1993, non avrebbe mai visto la sua nazionale disputare una Coppa del Mondo.


professionismo e animando il dibattito che portò alla modernizzazione del gioco riguardo agli aspetti relativi alla tutela dei giocatori e al ricorso all’ausilio della tecnologia per coadiuvare le decisioni arbitrali. Il Sudafrica che scese in campo al Newlands di Città del Capo contro l’Australia era tutto bianco: Chester Williams, fermato da un problema tendi- neo, non aveva potuto far parte della squadra. Il protagonista della giornata fu Joël Stransky: il giocatore, che in passa- to aveva giocato per L’Aquila e San Donà di Piave, mise a segno una full house,


ovvero andò a segno in tutti i modi possibili (meta, trasformazione, punizio- ne e drop), trascinando la sua squadra a una vittoria 27-18 sui campioni uscenti, ottenuta nonostante la pessima presta- zione in rimessa laterale. La convinzione e il morale ottenuto grazie a questa vit- toria non durarono a lungo: gli Spring- boks, pur vincendo 21-8 faticarono a mettersi alle spalle la Romania. Non si aspettavano certo nemmeno la battaglia che li avrebbe attesi contro il Canada, l’outsider che quattro anni prima aveva stupito tutti qualificandosi ai quarti. La


THE RAINBOW NATION - La RWC 1 995


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