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Numero 0 • Giugno 201 0


Abdelatif Benazzi, il gigante franco-ma- rocchino dei Bleus, piangeva a dirotto. Sotto la pioggia torrenziale di Durban, il terza linea della Francia aveva segnato la meta che avrebbe portato la Francia in finale. Non era stato dello stesso pa- rere l’arbitro Derek Bevan, che dichiarò la meta non valida, e al fischio finale era stato il Sudafrica a gioire. Benazzi av- rebbe pianto anche la settimana succes- siva, assistendo alla finale. L’avrebbe poi raccontato, anni dopo, a Morné du Plessis: “Mi resi conto di quanto fosse giusto che voi foste lì al posto nostro, che c’era in ballo qualcosa di più grande e importante di una Coppa del Mondo di rugby”.


Il drop di Joël Stransky a sei minuti dal termine dei tempi supplementari fu il momento che definì una nazione. Il Su- dafrica stava assestando una democrazia neonata e instabile, e cercando di libe- rarsi dal pesante fardello rappresentato dall’apartheid. La Coppa del Mondo di rugby era stata l’occasione per cercare di riconciliare una nazione sotto lo slo- gan del torneo, ideato da du Plessis: One team, one nation. Il simbolo di que- sta riunificazione, indelebile nella memo- ria storica del Sudafrica e del rugby, è il momento della premiazione. François Pieenar, capitano afrikaner degli Spring- boks, aveva appena rilasciato una di- chiarazione storica, quando un reporter della SABC gli aveva chiesto quanto avesse contato il supporto dei sessan- taduemila tifosi dell’Ellis Park di Johan- nesburg: “Non avevamo solo il sostegno di sessantaduemila tifosi, avevamo il so- stegno di quarantatre milioni di sudafri-


cani”. A presentare a Pieenar la William Webb Ellis Cup fu Nelson Mandela. Solo quattro anni prima per il Sudafrica Mandela era un terrorista di etnia xhosa che aveva speso 26 anni in carcere per aver fondato Umkhonto we Sizwe, la “lancia della nazione”, l’ala armata del partito politico fuorilegge African Natio- nal Congress. Ora Nelson Mandela con l’ANC era diventato il presidente di quel Sudafrica, ed era l’uomo che aveva uni- ficato una nazione, smantellando il bar- barico apparato segregazionista dell’a- partheid e tendendo una mano verso i suoi aguzzini e nemici di ieri. L’uomo che la folla dell’Ellis Park acclamava vestiva il


cappellino degli Springboks, fino al gior- no prima il simbolo che definiva più gret- tamente l’orgoglio afrikaner, e la maglia numero sei della nazionale, la stessa in- dossata dal capitano Pieenar. Per le strade anche i neri festeggiavano la vit- toria della propria nazione, inneggiando alla squadra contro cui si era riversato il loro tifo negli anni bui dell’apartheid.


L’apartheid era crollato con l’inizio degli anni ’90, un processo simboleggiato dal- la liberazione di Nelson Mandela l’11 feb- braio 1990. Le trattative per la costru- zione di una nuova democrazia non furo- no affatto facili, minate a ogni passo da


nuovi ostacoli. Da una parte del tavolo c’erano Mandela e l’ANC, dall’altra c’era l’ancien régime del presidente Frederik de Klerk e dell’ex-presidente Pik Botha, ora ministro degli Esteri. Lontani dal ta- volo però tramavano la destra estremi- sta afrikaner e il movimento Inkatha, formato da zulu che avevano abbracciato la visione di Grande Apartheid di Hendrik Verwoerd in cambio della semiautonomia dello stato del KwaZulu e che vedevano i propri privilegi messi a repentaglio dalla liberazione di Mandela e dalla fine della segregazione. Gli impi, i battaglioni del- l’Inkatha, per tre anni attaccarono indi- scriminatamente le township che circon- davano Johannesburg, maggiore centro di consenso dell’ANC, con la connivenza della polizia sudafricana. Si arrivò sul- l’orlo della guerra civile quando, il 10 aprile 1993, due fanatici assassinarono Chris Hani, uomo di vertice dell’ANC che molti vedevano come potenziale succes- sore di Mandela. Servirono gli appelli di Mandela stesso e dell’Arcivescovo Tutu a prevenire il bagno di sangue e impedire che la nazione si incendiasse. Due mesi più tardi, di nuovo si sfiorò la crisi, quando gli estremisti di destra del- l’Afrikaner Volksfront assalirono in un’o- perazione paramilitare il World Trade Center di Johannesburg, dove andavano avanti i negoziati per la creazione di un nuovo Sudafrica. Una dimostrazione di forza, paragonata alla presa della Ba- stiglia, che dimostrava quali fossero le potenzialità di un colpo di stato da parte dell’élite militare e della destra estremi- sta. Nonostante tutti gli ostacoli, venne- ro indette per il 27 aprile 1994 le prime


THE RAINBOW NATION - La RWC 1 995


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