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Numero 0 • Giugno 201 0


Dopo la seconda guerra mondiale nei paesi coloniali lo sport è diventato uno strumento per far emergere e riaf- fermare una propria identità. Sconfig- gere nel loro gioco i propri colonizzatori rappresentava per i colonizzati motivo di orgoglio nazionalistico. In Sudafrica però l’istituzione dell’apartheid rese tutto ciò impossibile. Sebbene la segregazione razziale, supportata dalle tesi antropo- logiche che avevano contribuito a legit- timare il colonialismo, fosse iniziata ben prima del 1948, con l’apartheid la sepa- razione fra bianchi e non-bianchi diven- ne un sistema legislativo istituziona- lizzato e compiuto. La popolazione sudafricana venne divisa in quattro


grandi gruppi: African, Coloured, Indian e White e furono creati i Bantustan, ter- ritori semi-indipendenti dai quali i neri dovevano poi emigrare per cercare lavo- ro nel Sudafrica bianco. Dopo la seconda guerra mondiale nessun’area della so- cietà fu immune dal concetto di razza, nemmeno lo sport.


Ben presto la pratica e la fruizione dello sport sudafricano fu divisa fra bianchi e non-bianchi, anche se l’esclusione dei non-bianchi avvenne per gradi e variò da sport a sport. A seconda delle provincie queste politiche ebbero un impatto di- verso; totale segregazione al nord, men- tre a Western Cape ci fu più tolleranza.


IL MOVIMENTO OLIMPICO


Nonostante gli avvertimenti del CIO e le pressioni di alcuni paesi, la squadra sudafricana che si presentò a Roma nel 1960 era interamente composta da atleti bianchi. Poiché nei tre anni successivi il Sudafrica non modificò la sua politica razziale in relazione allo sport, alla federazione fu tolto il diritto di partecipare ai Giochi di Tokio. Comitato Olimpico nazionale, invece, fu sospeso solamente a partire dal 1966.


L’anno successivo, dopo la visita del CIO, all’epoca


presieduto dall’ultra-conservatore Avery Brundage, sembrò possibile la riammissione. Evitata questa circostanza, le continue violazioni della Carta Olimpica e le pressioni delle istituzioni politiche e sportive africane portarono, anche se solamente dal 1969, all’espulsione definitiva.


considerava un’organizzazione politica e senza la legittimazione in campo


sportivo si


Il CIO però non riconobbe mai il


non-racial Olympic a smantellare i Committe pilastri


il SANROC perché lo poté


dell’apartheid,


efficace anche perché spinse le federazioni a fare altrettanto. Non appena


un operare


solamente in ambito morale. Benché tardiva, è indubbio che la scelta del CIO di


riconoscimento provvisorio permise la partecipazione di una squadra multirazziale sudafricana alle Olimpiadi del 1992.


isolare lo sport sudafricano razzista fu importante ed cominciò


Lo sport internazionale invece fu riser- vato esclusivamente ai bianchi. Alla fine degli anni Cinquanta, con l’emergere di un movimento internazionale anti-apar- theid, furono costituiti il non-racial South African Council on Sport (SACOS), per sfidare dall’interno la struttura dell’apar- theid sportivo e il non-racial Olympic Commitee (SANROC) per isolare inter- nazionalmente lo sport sudafricano. Lo sport diventò strumentale per contri- buire al processo di isolamento inter- nazionale del Sudafrica razzista e il boi- cottaggio divenne l’arma con cui sfidare la discriminazione razziale tanto nello sport quanto nella vita sociale.


Nel


lungo periodo questa strategia,


supportata dall’ONU, dal CIO e dalle federazioni sportive internazionali, ebbe successo e l’isolamento culturale fu una delle cause che contribuì alla fine dell’apartheid. È indubbio però che nei primi decenni di apartheid lo sport in- ternazionale non fu mai assente, sia per la reticenza delle istituzioni sportive in- ternazionali, sia perché gli effetti del boicottaggio furono parzialmente annul- lati dalla disponibilità di sportivi-mer- cenari disposti, se ben pagati, a intra- prendere tournée in Sudafrica.


I GIOCHI DEL COMMONWEALTH Il


Il Sudafrica aveva preso parte fin dalla prima edizione del 1930 ai Giochi del Commonwealth, quando ancora si chiamavano Giochi dell’Impero. Dopo il referendum del 1961 l’Unione Su- dafricana, diventata repubblica, cessò di essere un dominion britannico e uscì unilateral- mente dal Commonwealth. La rinuncia ai Giochi di Perth del 1962 fu consequenziale. I Giochi rimasero però centrali nella sfida dello sport internazionale al regime razzista sudafricano. La Nigeria, uno dei paesi più attivi nella lotta internazionale contro l’apartheid, boicottò i Giochi del 1978 come protesta contro la Nuova Zelanda, rea di intrattenere relazioni sportive con il Sudafrica e nel 1986 guidò un boicottaggio più vasto contro l’ambivalente politica verso il Sudafrica del governo Thatcher: ben 32 nazioni non presero parte a Glasgow 1986.


IL CALCIO


Il Sudafrica fu una delle quattro squadre fondatrici della Confederation Africaine du Football (CAF). Non volendo schierare una squadra mista, non prese parte nel 1957 alla prima Coppa d’Africa. L’anno successivo, mentre il Sudafrica veniva espulso dalla CAF, la FASA, la fede- razione dei bianchi, fu ammessa alla FIFA. La FASA vi restò affiliata fino al 1961, quando fu sospesa per discriminazione razziale. Appena sir Stanley Rous divenne presidente, la FIFA cominciò a rigettare tutti i tentativi di espellere il Sudafrica. Nel 1963 la sospensione venne revocata, ma le proteste dei paesi africani e asiatici portarono a una rapida marcia indietro. Successivamente fu rigettata la proposta di una squadra all-white nei Mondiali del 1966 e una all-black nel 1970. Si dovette aspettare il 1976, con il clamore mediatico suscitato dalla rivolta di Soweto, per la definitiva espulsione del Sudafrica dalla FIFA, durata fino al 1991.


THE RAINBOW NATION - L'embargo sportivo


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